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L'ONCOLOGIA E LE CURE COMPLEMENTARI. INTERVISTA A PIERO PANTALEO

Piero Pantaleo è autore di "Al di là delle cure", un testo che aiuta a far luce sulle possibilità terapeutiche in campo oncologico. Un testo che può servire sia al medico per ampliare le sue vedute, sia agli utenti che possono essere pazienti o familiari o amici che vogliono avere un quadro più esteso sulle potenziali cure. Lo abbiamo intervistato

Molti medici "ufficiali" sostengono che le cure che chiameremo complementari servono nel caso in cui non ci sia una patologia vera e propria; in sintesi, ci si ricorre quando uno sta tutto sommato bene, al massimo deve "ridurre lo stress". Cosa ne pensa?

Gli interventi complementari si rivolgono alla persona, sia che sia in salute, sia che sia portatrice di una patologia, ed intendono ampliare gli obiettivi di salute e di benessere al fine di migliorare la qualità di vita dell’individuo stesso. Esse infatti hanno caratteristiche ben precise: oltre alla promozione di stili di vita sani, riconoscono la specificità dell’individuo intesa nella sua integrità, ed identificano aspetti della sua multidimensionalità che diversamente, potrebbero essere trascurati e negati.

Penso dunque che in un’ottica di “tutela della salute”, di promozione o di “ripristino dello stato di benessere” il dibattito tra gli oppositori e i sostenitori di tali discipline si stia sempre più dissolvendo e i diversi sistemi di cura stiano oggi sempre più imparando ad integrarsi  e a convivere. 

Questa integrazione di saperi, in un’ottica di una medicina centrata sul paziente, è diventata oggi di fondamentale importanza nel processo terapeutico. Il risultato che “insieme” si vorrebbe perseguire, è una maggiore e significativa soddisfazione del paziente, miglioramenti dei trattamenti e un miglior adattamento alla malattia. Gli interventi complementari, in tal senso, possono dunque essere un valore aggiunto da proporre alla persona, un’ulteriore risorsa per il malato, in quanto egli amplia il suo senso di fiducia e di speranza verso la guarigione, giacché egli, grazie a questa integrazione e agli effetti positivi ottenuti, ritrova le condizioni migliori per poter reagire ai vari livelli di ansia, di paura e di depressione, piuttosto che nel distress… ritrova, insomma, il coraggio e la forza di lottare.

Ne scaturisce quindi un nuovo ruolo del paziente, quello cioè di co-gestore della propria malattia, impegnato attivamente nel ristabilimento della propria salute: ruolo che deve essere compreso e supportato...Come arginare o mutare piano piano questa credenza?

Accade con sempre maggiore frequenza oggi di dover osservare professionisti che in passato avevano manifestato dissensi nei confronti delle pratiche complementari, ricorrere a metodiche che modificano stili di vita, riducono lo stress, promuovono esercizi fisici e ad altre tecniche che intervengono sull’equilibrio psico-fisico e che hanno comunque una ricaduta positiva sulla compliance terapeutica del paziente. 

Sono quindi convinto che sia possibile una connessione tra i trattamenti convenzionali e queste metodiche, che si rivolgono alla realtà fisica, psichica e spirituale e quindi alla guarigione. Questi interventi possono dunque essere parte integrante di qualsiasi piano di cura (preventivo, curativo, educativo-educazionale, ect…) e perciò devono essere incoraggiati dai curanti. Tale integrazione nella cura non può che trovare maggiore apprezzamento nelle patologie croniche, in quelle gravi in particolare, o come è ovvio, negli stati di terminalità. E’ fondamentale però che nei luoghi di cura, i curanti amplino le proprie idee di salute, assumano un effettivo atteggiamento supportivo e di favoreggiamento all’apertura delle emozioni dei propri assistiti, verso i sentimenti di rabbia, di impotenza, di angoscia e di abbandono, che molto spesso con la malattia, hanno il sopravvento. E’ essenziale per questo considerare la persona nella sua dimensione complessiva, globale, avere sempre una “visione d’insieme” dei bisogni e dei disagi, tenendo conto della soggettività, dei vissuti e delle radici culturali dell’individuo.  L’essere umano-paziente che vive l’esperienza della malattia è anche esistenza, presenza, emozioni, sentimenti… è anche verità: la propria verità!

E’ necessario dunque aggiornare le conoscenze sull’uso degli interventi complementari, interrogarsi sul perché vi è oggi un crescente ricorso all’utilizzo da parte dei soggetti affetti da patologie, fare delle riflessioni multi professionali sui programmi di miglioramento della salute…

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Gli interventi complementari non intendono sostituirsi ai trattamenti o ai consigli dei professionisti, ma giocare un ruolo a fianco dei trattamenti convenzionali, contribuendo a migliorare la qualità di vita del paziente e aiutandolo a gestire al meglio i sintomi.

In sostanza, serve una nuova cultura, una cultura rivoluzionaria della salute, che nel campo della medicina sta già in parte avvenendo e che in molti contesti di cura è già realtà.

Credo che questa nuova realtà sia il vero cambiamento…sia oggi una nuova coscienza collettiva, un mutamento che è in crescita e che ritengo sia ormai inarrestabile. Probabilmente un’esigenza dei cittadini rimasta per troppo tempo nascosta…!

 

Nel suo testo ha trattato i benefici del qi gong e del movimento in generale (esterno e interno) in ambito oncologico?

Si, certamente… diversi anni fa a Milano ho incontrato un gruppo di giovani pazienti in cura presso un noto centro oncologico che si recava settimanalmente in Svizzera per praticare questa disciplina… La cosa mi aveva fatto riflettere a lungo, ero curioso di scoprire  cosa essi provassero da questa forma di ginnastica... Poi, successivamente, praticando insieme a loro questa attività di leggera intensità, ed in modo costante, compresi dai loro racconti e da ciò che osservavo che la pratica costante di questi movimenti apportava loro numerosi benefici, in particolare consentiva loro di recuperare energia e di migliorare alcuni sintomi, tra cui  l’astenia fisica e psichica, il livello d’ansia e la qualità del sonno.

Il Qi gong ha dunque origini antichissime e si rifà alla Medicina tradizionale Cinese. Oggi molte testimonianze documentano le sue finalità terapeutiche, volte al rafforzamento fisico, all’armonizzazione corpo-mente e al rapporto dell’individuo con l’ambiente esterno. Chi pratica questa disciplina impara anzitutto ad utilizzare la propria respirazione e ad attivare, e quindi a dirigere, consapevolmente la propria energia sia nei movimenti interni che in quelli esterni, attraverso una serie di esercizi specifici di concentrazione e di deconcentrazione mentale e muscolare. Ne deriva quindi, se questi esercizi vengono eseguiti con costanza, una condizione di rilassamento, di tranquillità, di pace interna, di quiete, di stabilità posturale, di energia vitale…   

E’ chiaro che questi effetti (rilassamento, quiete, respirazione e movimento), hanno un’influenza positiva su molti aspetti e, allo stesso tempo, migliorano lo stato generale della persona, contribuendo al recupero della salute e alla regolazione di molte funzioni. In ambito oncologico, in particolare, dove sono stati fatti diversi studi, il Qi gong trova particolare applicazione e vantaggi, come parte integrante dei programmi di supporto, di recupero e di riabilitazione funzionale. Tutte le attività fisiche, infine, di lieve intensità, moderate e costanti possono dunque essere considerate come potenziali risorse aggiuntive per  coloro che stanno vivendo la propria situazione di malattia, e generare maggiori capacità e aspetti positivi.

 

Qual è secondo lei il paese in Europa dove l'integrazione in campo medico ha raggiunto veramente traguardi importanti?

Penso alla Germania, in particolare, dove la diffusione delle cure complementari ha raggiunto un forte incremento fra la popolazione, grazie alla libertà di cura… e dove vari operatori esercitano con uno status giuridico riconosciuto e pari alle altre professioni sanitarie. Ma anche altri paesi come la Gran Bretagna, la Francia, la Danimarca, il Belgio e la Svizzera hanno sempre dimostrato una notevole apertura nei confronti delle discipline salutistiche, nell’ambito dell’educazione alla salute, al mantenimento, all’assistenza e al benessere dell’individuo. Questi Paesi hanno da anni varato provvedimenti che sanciscono il riconoscimento dei diversi operatori olistici del settore, affermando in questo modo la libertà di scelta del cittadino europeo, nel pieno rispetto del suo diritto fondamentale in tema di salute.

Queste scelte infine, che si stanno sempre più rinforzando ed integrando nel campo della salute, trovano piena soddisfazione con i principi dettati diversi anni fa dall’OMS, secondo cui “la salute non è soltanto l’assenza di malattia, ma è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale dell’individuo…”

 

Come si colloca l'Italia?

In Italia questa “nuova” filosofia della salute, sta sempre più, trovando la giusta collocazione e integrazione con le cure tradizionali. In alcune Regioni come la Lombardia, il Piemonte, la Toscana, la Liguria e l’Emilia Romagna, solamente per fare qualche esempio, vi sono programmi ed esperienze che depongono a favore dell’applicazione di interventi integrati, soprattutto in ambito oncologico. Anche nel nostro Paese vi è dunque un incremento dell’uso di cure complementari…Basti pensare che sono ormai più di nove milioni gli italiani che  fanno ricorso a pratiche di cura non convenzionali e così come avviene per gli altri Paesi europei, coloro che vi ricorrono sono essenzialmente persone istruite di mezza età, di sesso femminile, consapevoli delle proprie scelte e dei vantaggi…

Tuttavia, direi che nel nostro Paese, a differenza di quelli europei, le CAM non hanno ancora potuto esprimere le proprie potenzialità. Esiste ancora oggi, infatti, un vuoto legislativo e certe resistenze verso gli Operatori che praticano queste discipline, che invece andrebbe colmato.

Direi che in Italia sarebbe auspicabile, anzitutto rendere “pari dignità” agli operatori italiani rispetto a quelli europei, ma non solo. Occorrerebbe allargare sempre di più gli orizzonti della salute, combinare conoscenze, ridisegnare i percorsi di cura, creare approcci operativi integrati che guardano la malattia e la sofferenza, e che salvaguardano la persona: la persona e la qualità della vita devono diventare il progetto essenziale di chi cura…!

 

Tantovincoio.it è il sito di una ragazza trentenne, Federica, che ha messo a disposizione la sua cartella clinica, gli esami a seguito di vari interventi dovuti alla diagnosi di carcinoma peritoneale. L'apertura sul mondo del web esprime la sua ricerca di nuove possibilità terapeutiche. Cosa ne pensa?

Ho visitato Tantovincoio.com, il sito di Federica, e credo che il suo sia un messaggio molto forte… Penso che sia necessaria una riflessione. Anzitutto, ci dobbiamo chiedere quali sono le motivazioni che spingono i pazienti ad andare sul Web. Dobbiamo capire qualqual è il desiderio profondo che li spinge a fare questo gesto. Dobbiamo dunque riflettere su cosa è realmente terapeutico per il paziente “oltre alla cura”… Direi che è evidente che ci troviamo di fronte ad una forte bisogno di informazione e di comunicazione. Penso che il linguaggio che oggi viene utilizzato dai sanitari sia troppo “medichese”, che si  dedichi poco tempo alla comunicazione e che l’informazione risulti molto spesso incompleta e poco chiara... Il paziente invece, considera la relazione un “atto terapeutico” al pari delle competenze tecniche e dei trattamenti proposti. Manca dunquecosa negli attuali percorsi di cura, manca la completezza delle informazioni, l’integrazione delle conoscenze, il valore della parola, manca uno spazio per esprimere le emozioni, il sostegno e l’incoraggiamento continuo. 

A volte il web diventa quasi esclusivamente l’unico strumento con cui è possibile comunicare concretamente il disagio che si sta vivendo sulla propria pelle, lo strumento dove è ammesso manifestare la propria sofferenza, richiedere aiuto.

Il Web diventa dunque uno spazio per ricevere attenzione, il luogo in cui è possibile raccontarsi, confrontarsi, ricevere risposte ai propri quesiti, trovare conforto. Questo spazio consente inoltre ai pazienti di scoprire che altre persone stanno vivendo situazioni simili alla nostra e condividono lo stesso problema, quindi si perseguono insieme gli stessi obiettivi, si partecipa attraverso un ruolo attivo, si riscoprono risorse per sé e per gli altri. Direi che questo riconoscersi nel problema, con gli obiettivi comuni, consente ai pazienti di sostenersi reciprocamente, di proporre diverse vedute dello stesso problema e spesso esso rappresenta dunque un grosso aiuto per il superamento di un disagio.  

In questo senso mi sembra particolarmente valido il contributo che il web può apportare ai malati, e poiché oggi sempre più malati si rivolgono a questo strumento per rappresentare con sempre maggiore incisività le loro esigenze, o come fonte di informazione biomedica, sarebbe opportuno che i professionisti della salute prestassero particolare attenzione al dialogo con i loro pazienti, con i familiari e con il Web. 

Un nuovo attore, il web, con cui nel prossimo futuro sarà necessario integrarsi, per poter ricercare e proporre soluzioni condivise che si rivolgono alla persona in cura, nella sua interezza.

Immagine | Piero Pantaleo

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