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LO YOGA COME WORKOUT USA E GETTA

Tanti tappetini colorati, ambienti freddi come il ghiaccio e asettici che vorrebbero però dare l'apparenza di essere nidi di calore e pace dei sensi. Competizione, nessuna attenzione al respiro. Un giretto tra i "templi" yoga del mondo occidentale

Health, Heal, Hypocrisy: le yogine convinte

Ero a Londra qualche giorno fa. Avevo una voglia di praticare forte. Mi arriva un link interessante da chi stava passando quei giorni con me. Una scuola, come ce ne sono tante, con un sito fresco, accattivante. Via, si va, senza nemmeno pensare troppo, una bella sessione di yoga. 

Dentro l'autobus, sotto a un cielo che si teneva stretto dietro le quinte il sole e nuvole che rilasciavano una brezza gradevole, tre donzelle che si rivolgono in un certo modo ostico e insensibile al guidatore. Hanno tre materassini scintillanti sotto al braccio; sorrido pensando che se fossero state francesi, forse avrebbero avuto delle baguettes.

Cerco un civico preciso e, ascoltando la domanda che hanno posto istericamente al conducente, capisco che, sì, stiamo andando nello stesso posto. Le tipette si guardano intorno, si guardano nei finestrini, si guardano le unghie, si aggiornano lo stato di facebook, si fanno una risata finta, si odiano sotto sotto, pare.

Niente di che, ci sono abituata, dopo l'America, a questo tipo di soggetti. I prototipi umani non andrebbero messi in una categoria precisa (sarebbe quella delle 3 h, come le chiamo io, - health, heal, hypocrisy - fanno tutto in funzione della prima, parlano sempre di guarire qualcosa o qualcuno, agiscono seguendo la condotta della terza), però ci sono praticanti con certi atteggiamenti "formulari", che tornano, diamine. Quelli/e che prendono lo yoga come un workout serio, performativo, che ti scolpisce i glutei e ti fa sudare.

Vogliono la pace nel mondo e baciano le figurine di questo o quell'altro guru, ma non gliene sbatte una mazza del vicino di tappetino (a meno che non scatti la competizione, che con lo yoga c'entra poco ma che in loro alberga tanto). Studiano massaggio ed è facile che siano crudiste.

Le "yogine convinte" sanno a memoria i canti vedici, parlano di empatia tutto il tempo e di spazzare via l'ego dallo yoga, ma se chiedi loro di passarti il tappetino sorridendo, dicendo che tu non ci arrivi (irrimediabilmente vero, sono spesso alte - diciamo anche che nel mio caso è facile trovarne di più alte - oltre ad essere sovraumanamente sode), ti guardano con un certo ribrezzo e ti dicono che, dietro all'angolo ce ne erano comunque altri che avresti potuto prendere da sola (ovviamente non li avevo visti, vado spesso senza lenti alla pratica, il che mi rende squisitamente vulnerabile). E' un giudizio, e come tale non si sa bene cosa farci. Ma vorrebbe essere purtroppo la descrizione di un campione che studio da tempo.

L'episodio del tappetino mi era già successo ed è accaduto di nuovo dentro questo studiolo londinese, con spazi nemmeno troppo immensi, ma di certo curati sino al minimo dettaglio, con tanto di foto dei fondatori tatuatissimi che esibiscono la sfilza suprema delle asanas più capovolte e torte, no davvero, prendete un qualsiasi atlante anatomico dello yoga, individuate quelle più avanzate ed ecco ve li ritrovate lì, con le loro posizioni sfoggiate come non mai, i visi belli e i sorrisi smaglianti verso l'obiettivo (povere C1, C2 e via di seguito).

Insieme, ovviamente, a scaffali di merchandasing, pacchettini di frutta secca, cremine con il marchio dello studio, tappetini battezzati a dovere, libri, elastici, capi d'abbigliamento. Sarebbe ingenuo scandalizzarsi, eppure mi fa ancora un po' effetto.

 

Yoga, gli stereotipi e le mistificazioni

 

Lo yoga come workout 

Se l'insegnante rispecchia la tendenza, e le prime parolette con ritmo scandito sono proprio quelle di chi pratica e insegna lo yoga fatto come dentro a una bubble di gomma, di chi spinge tutti noi piccoli umani a diventare ancora più monadi in questo momento in cui meno che mai dovremmo esserlo, ecco, il guaio serio è lì. Perché la lezione è appena iniziata, i termosifoni sono a palla (la nuova moda, sweat sweat, sweat - until death, aggiungerei), e la vocetta dell'intuito tra le meningi preme: "Oh no che palle, un'altra lezione performativa." 

Ti senti anche fortunata, per aver trovato insegnanti che non lo fanno così, averli scovati lungo la via, grazie alle manine tese di un'amica come Alice Frantellizzi o in virtù del caso, che caso non è mai, o agli incroci, che sono spesso prodotti da qualche strana forma di traffico di intenzioni. 

In questo tempo, pur concependo come utile la pratica del tai chi chuan a livello collettivo (ITKA), pur riconoscendo che anche nello yoga spesso a Santa Fe o a Gubbio mi sono ritrovata a praticare insieme ad alcuni membri di una comunità vera e propria (Moga Dao Yoga), ecco, nonostante tutto, sullo yoga sto ancora riflettendo circa l'effettiva superiorità di un insegnamento diretto e individuale. Più leggo, più pratico, più mi viene impartito da Antonio Olivieri (Sooryachandra - KHYF secondo la tradizione di T. Krishnamacharya e T.K.V. Desikachar), più mi pare che la potenza di un "vestito su misura", di un cambiamento che avviene da dentro e che richiede respiro, silenzio, pratica individuale e poi, forse, magari, ma solo dopo anni, fare la stessa cosa per qualcun altro, con qualcun altro. E per la trasmissione del Dao o dello Yin Yoga che ne rispetta i principi complementari, la penso allo stesso modo. 

Ma già da un po' c'è questa orda di mattoncini viola, tappetini cangianti, sorrisi brillanti, retreats, una tenuta ad hoc per praticare. Se entriamo nel senso denso della pratica, ci si muove tanto, tantissimo. La sequenza Surya Namaskara la si fa anche 20 volte di fila (la maglietta è già fradicia).

Ci si muove talmente tanto e così velocemente che il respiro soffre e questo è ciò che davvero è grave. Soffre nel senso che la respirazione non è inclusa e se non includiamo il respiro, non è tanto diverso dall'ammazzarsi di addominali ma fatti tutti in apnea. 

Sempre restando sulla pratica nuda e cruda, che quella in fondo ci piace tantissimo, questi insegnanti sono i primi a ripetere frasi come "lasciate perdere quello che fa il vicino di tappetino", "pensate a voi", "non curatevi di quello che è più flessibile di voi". Con tre conseguenze nefaste:

  1. per la logica del barattolo della marmellata, ti viene da guardare il vicino;
  2. se, minimo minimo, è un giorno che non ti senti particolarmente radicato/a e centrato/a, esci frustratissimo/a o con una sensazione di vuoto strana da spiegare che sfoghi sul cibo o su chi ti sta accanto, poveri loro;
  3. i "primi della classe" (mi riferisco agli "aratri" Halasana perfetti, gli "alberi a testa in giù" Adho Mukha Vrksasana senza macchia e senza paura, i guerrieri fieri in tutte le loro varianti) vanno gongolanti e ancora più rinchiusi nel loro giardinetto interiore imperfettibile e continuano a spingere duro duro, anche quando, come mi capita di vedere spesso, le gambe tremano, le vene alle meningi escono, i muscoli manifestano debolezza, il collo diventa taurino e rigido. Con il rischio di farsi male. E con farsi male si intende non ascoltarsi. Cui poi di seguito arriva baldanzoso il non ascoltare il resto del mondo.

Come appunto a latere, aggiungo che finora sono passata attraverso tutte e tre le possibilità più di una volta e riaccadrà credo.

Come ogni moda, se anche quella dello yoga cadrà, sarà un bene. Per chi ci lavora seriamente anche. Lo so che sembra un'affermazione da chi si dà la zappa sui piedini, ma forse non è così, come già mi aveva accennato un uomo molto radicato cui do ascolto.

Resterà forse una domanda sincera, cui risponderà un'offerta consapevole. O forse mi illudo. E torniamo nella vecchia storia dell'ordine del mondo fisico così come lo conosciamo. E la sete di conoscere il potere da cui si irradia il mondo materiale aumenta. Non che si debba tornare a studiare Schopenhauer, ma è sempre bello sapere che alcune cose abitano dentro e si manifestano fuori. E che qualcuno ha trovato le parole per verbalizzare questo scambio continuo, che si faccia o no riferimento al Velo di Maya.

 

Yoga e cucina: una moda su cui riflettere

 

Immagine | Ytti


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