A TU PER TU CON UN'INSEGNANTE DI YOGA IN PIENA FORMAZIONE

Se è vero che è sempre più difficile trovare maestri di Yoga fedeli alle origini di questa tradizione, noi andiamo a scavare fino alle radici della figura professionale. Un colloquio con Alice Frantellizzi, apprendista insegnante di Yoga

Non si fa che parlare della varianti che stravolgono lo Yoga, stravolgimenti messi a punto da maestri più o meno creativi, astuti, improvvisati. Per non cedere alle critiche vuote, può essere utile vedere più da vicino cosa implica e come si svolge il percorso di formazione di un'insegnante di Yoga. Lo abbiamo chiesto ad Alice Frantellizzi, apprendista insegnante di Yoga. 

 

Partiamo dalla radice. Come ti sei avvicinata alla pratica Yoga? 

Da piccola. Praticavo con mia madre, che frequentava un corso di Yoga. Mi divertivo: c'erano tutte queste posizioni Yoga che evocavano gli animali, mi piaceva molto e ho continuato a praticare. Poi ho seguito gli studi universitari e, dopo un periodo intenso di viaggi, ho ripreso la pratica e ne ho scoperto le valenze terapeutiche. 

 

Perché senti di voler intraprendere il percorso di formazione nello Yoga? 

Si tratta un po' di un impulso a metà tra voglia e bisogno, entrambe spinte che ho avvertito, a un certo puno del mio percorso, che ho ascoltato, assecondato in modo umile. Insegnare Yoga per me significa tirare fuori la mia parte creativa, che si esprimerà in modi diversi a seconda della persona che avrò davanti.

 

Percorso che, al momento, stai portando avanti insieme a un altro lavoro che ti permette di vivere. Sul lungo perido, immagini la tua vita su due binari: Yoga da un parte, ulteriore lavoro dall'altra? O a un certo punto i due "fiumi" confluiranno?

Guarda, proprio qualche tempo fa leggevo un articolo molto interessante su Yoga Journal in cui venivano messe in primo piano le storie di persone che hanno sempre portato avanti lavoro e sviluppo della pratica Yoga in simultanea. In particolare, l'articolo di Yoga Journal riportava i casi di due ragazzi, un musicista e un ingegnere impegnato nel fotovoltaico: il primo ha unito le arti marziali alla musica e il secondo, dopo aver preso le distanze dall'ingegneria per dedicaris alla pratica, si è poi riavvicinato al suo lavoro con uno spirito diverso, una voglia di spendere se stesso nella società in forme nuove, utili.

Non escludo l'idea di poter unire la mia formazione in ambito politico alle conoscenze di Yoga, un'idea quasi "mitica", se vuoi, ispirata al sommo esempio di Gandhi, grande asceta che calò nella realtà politica lezioni etiche preziosissime. Durante la mia permanenza in India sono stata ospitata dal partito di Sonia Ghandi, ho partecipato a vari eventi e ho potuto vedere da vicino l'eredità morale di questo grande uomo. 

 

Non dovrebbe accadere, ma in una lezione di Yoga spesso si creano tensioni o rivalità tra coloro che vi partecipano. Sono questioni con cui dovrai fare i conti, da insegnante. Da cosa credi dipendano? 

Sì, possono scattare meccanismi di questo tipo, specie tra principianti e avanzati. Il maestro deve saperle gestire. Sono gli esiti "distorti" di un approccio tutto occidentale a una pratica orientale. Invece si deve tornare al rispetto: rispetto per la pratica, per il contesto e per gli attori del contesto. La competizione è qualcosa che noi impiantiamo in una pratica cui non appartiene questa componente. 

Ci vuole invece autoascolto, concentrazione, osservazione di sé e dei propri limiti.

 

Da qui a diventare egocentrici il passo è breve... 

In molti sostengono che queste pratiche gonfino l'ego. In effetti, dopo la pratica ci si sente bene, riesci ad allungarti, dormire, passeggiare, ogni azione è leggera e pulita. Il superego ci mette un attimo ad andare a mille ed è a quel punto che, come diceva il grande Patanjali, si cade. Occorre allora ricominciare dal corpo, tornare lì e da lì compiere un'autoanalisi, indagare sulle cose che ti han portato a cadere

 

Immagine | YogaTrail

 

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