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A LAMPEDUSA UN "OSPEDALE SPECIALE" PER LE TARTARUGHE MARINE

A Lampedusa si trova un importante centro di recupero per le tartarughe marine, punto di riferimento scientifico di tutto il Mediterraneo e a livello mondiale. Qui sono ricoverati i rettili marini in pericolo da inquinamento dei mari.

di Rosy Matrangolo

 

Daniela Freggi ha gettato la sua ancora in mare, scorgendo all'orizzonte al largo di Lampedusa un amore grande e una vocazione urgente, quella di prendersi cura delle tartarughe marine che ormai da tempo hanno smesso di affollare queste acque cristalline e feroci.

Le tartarughe marine arricchiscono la biodiversità del Mediterraneo ma la loro vita nelle nostre acque è minacciata da più fronti.

> La presenza massiccia di plastica in mare è letale in quanto ingerita da questi rettili marini può causarne il soffocamento.

> Anche attività umane come la pesca o il turismo possono rivelarsi pericolose: secondo i dati del WWF nel Mediterraneo vengono catturati accidentalmente nelle reti dei pescatori migliaia di esempleari e si stima nemuoiono circa 40.000 ogni anno. 

A Lampedusa, però, da anni esiste un Centro di recupero di tartarughe marine che si occupa di recuperare, curare e riportare in libertà questi animali feriti o in pericolo di vita. Ce ne ha parlato Daniela Freggi, responsabile del centro, a cui abbiamo chiesto di raccontarci anche un po' di lei.

 

Daniela, come nasce la tua passione per l'ambiente, il mare, e le tartarughe marine?

E’ una domanda che mi fa ritornare alla mia adolescenza, quando per il lavoro di mio padre, ho avuto l’opportunità di vivere a Mogadiscio: il mare era l’orizzonte e probabilmente è li che mi sono accorta di non poterci stare lontana. Per mare intendo la distesa infinita e blu, non le spiagge, e del mare mi hanno subito incuriosito le sue creature, per la maggior parte misteriose, perché vivono in un mondo completamente diverso dal nostro.

E’ grazie invece al mio professore di zoologia, Roberto Argano, il primo in Italia ad interessarsi alle tartarughe marine, che ho sviluppato l’interesse e l’attenzione a questa specie a rischio di estinzione... ma è merito proprio delle tartarughe marine l’amore e la passione che pian piano hanno suscitato in me, conquistandomi per la caparbietà, la forza, l’ostinazione che questo animale mostra in tanti frangenti, capace di resistere a mutilazioni incredibili, ma fragile di fronte a pochi grammi di plastica abbandonata dall’uomo.

 

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In cosa consiste il lavoro quotidiano nel centro di recupero? 

Ogni anno ospitiamo nel nostro centro circa 100-150 tartarughe, oggi le vasche ospitano 16 pazienti e dall’inizio del 2018 siamo già arrivati a 60 animali.

Generalmente le cause principali di ricovero sono correlate all’interazione con le attività umane, prima di tutto la pesca: ami e soprattutto lenze mettono a rischio il tratto digerente delle tartarughe e l’intervento più frequente che la nostra équipe di veterinari svolge è l’accesso inguinale per estrarre la lenza dall’intestino, intervento messo a punto dal Prof. Antonio Di Bello, del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Bari.

A seconda della gravità delle lesioni, o dello stato di salute delle pazienti, la convalescenza può durare dalle 2 settimane a qualche mese.

 

Quali sono le attività umane più pericolose per la sopravvivenza delle tartarughe marine nel Mediterraneo?

Il principale pericolo per le tartarughe marine è rappresentato dalle attività di pesca. Le reti rischiano di prolungare oltre la loro capacità l’apnea della tartaruga incappata, facendola annegare, le lenze degli ami causano drammatiche lesioni alle pinne, al collo - o peggio - all’intestino quando sono catturate per errore nella pesca al pescespada e al tonno. 

Ma anche l’inquinamento dovuto dalla plastica, scambiata per meduse, cibo di cui le tartarughe vanno ghiotte, è causa di gravissimi traumi. L’occupazione degli arenili, dove le notti estive le tartarughe vorrebbero deporre, riduce drammaticamente la possibilità di garantire generazioni future, il cambiamento climatico mette in pericolo gli equilibri delle popolazioni di tartarughe, alterando la percentuale di femmine e maschi ma anche cambiando il ciclo delle prede di cui le tartarughe si alimentano. Tutti questi fattori stanno portando sull’orlo dell’estinzione le tartarughe marine di tutto il mondo.

 

Chi si occupa di loro? Come si tiene e si sostiene la vostra rete di cura e monitoraggio delle tartarughe?

Presso il nostro ospedale, oltre la mia presenza giornaliera, possiamo contare sui volontari, che ovviamente si concentrano nel periodo estivo, che insieme a me svolgono ogni mansione per la convalescenza delle tartarughe, dall’alimentazione, al lavaggio delle vasche, alle terapie da somministrare.

Ma importante è soprattutto l’opera di sensibilizzazione verso i pescatori, per trasformarli negli angeli custodi che incontrandole in difficoltà, le recuperino e consegnino alle strutture specializzate.

Crediamo nell'importanza della divulgazione verso le migliaia di visitatori estivi, per aumentare la consapevolezza che ogni cittadino dovrebbe avere per migliorare il nostro ambiente e rapporto con l’ambiente, l’unica casa che per ora abbiamo e di cui purtroppo non ci stiamo assolutamente prendendo cura...

Devo aggiungere, inoltre, che seppure le nostre attività a Lampedusa vadano avanti da oltre 28 anni, non abbiamo mai potuto contare su un neppur minimo contributo ufficiale. Nonostante il nostro centro sia punto di riferimento internazionale nella cura delle tartarughe, gli unici sostegni economici provengono dai volontari e dai visitatori estivi, che con una libera offerta permettono di acquistare la strumentazione medica che serve per eseguire oltre 120 interventi chirurgici e successive terapie.

In questo momento stiamo fronteggiando la più grave emergenza del centro: non solo da quasi 2 anni ci procuriamo l’energia grazie ad un generatore e al carburante che dobbiamo acquistare giornalmente per il suo funzionamento, ma da quest’anno l’attuale amministrazione comunale ha deciso di farci chiudere e sostituirci con una struttura realizzata in collaborazione con l’istituto Zooprofilattico e l’Università di Palermo. 

Si trtatta senza dubbio di due istituzioni prestigiose ma con scarsa esperienza sulle tartarughe: la nostra impressione è che si sia subodorato possibilità di finanziamenti comunitari e che queste specie possano essere un volano economico, ma il rischio è che si possa perdere tutta la professionalità acquisita in quasi 30 anni di lavoro: il nostro centro  è riconosciuto a livello mondiale, siamo infatti i coordinatori del Sea Turtle Medicine Workshop mondiale che ogni anno è ospitato nel ISTS Symposium.

 

Cosa rappresenta per te questo impegno che ti tiene legata quest'isola da tanti anni?

Non sono siciliana, ma mi sono innamorata della bellezza e della profondità di questa regione unica al mondo. In realtà Lampedusa è “poco” siciliana, cresciuta così lontano dalla terraferma, e che così poco ha condiviso con essa.

Lampedusa è infatti un po’ un piccolo paradiso dove ogni problema si stempera, dove le difficoltà assumono un altro aspetto, dove non ci sono i pericoli e la povertà che mettono in ginocchio l’economia regionale, e rappresenta un’oasi di serenità e sviluppo turistico che garantisce un certo benessere generale.

Sicuramente è una terra lontana dai miei affetti familiari, e l’impegno che dedico allo studio e alle cure delle tartarughe marine sono il reale legame a quest’isoletta in mezzo al Mediterraneo.

Ho sempre cercato di prendermi cura dei più deboli, e per me gli ultimi, dopo bimbi, anziani, ammalati, poveri, in guerra sono sempre gli animali, a cui non riconosciamo gli stessi nostri diritti.

E fra tutti gli animali, forse le tartarughe sono quelle più lontane da noi, con reazioni e problematiche così diverse dalle nostre: sono un pianeta da scoprire, e questa sfida così complessa e problematica mi spinge a non mollare e perseverare.

Molto del fascino che le tartarughe continuano a regalarmi si collega alla passione, all’impegno generoso e infinito che vedo nei volontari, che a loro spese vengono per dare una mano, con umiltà e tanto altruismo.

Li considero la vera mente, la vera anima e le braccia di questo piccolo miracolo del volontariato che è il nostro Centro Recupero, e mi commuovo sempre guardando i loro visi stanchi ma sorridenti, sia che stiano svolgendo il ruolo di guida per i visitatori del centro, sia che stiano faticando nel prendersi cura delle vasche e della struttura ospedaliera, o che seguano il ritorno in mare delle tartarughe che hanno terminato la convalescenza... sono persone meravigliose, eccezionali, che mettono il cuore in cui che offrono, un esempio per un mondo migliore, da lasciare alle prossime generazioni!

 

Come si può sostenere la vostra realtà e seguire le vostre attività?

La nostra realtà quotidiana è fatta di tante sfide, sicuramente il sostegno economico è quello che ci manca di più, ma oggi il pericolo più grande è rappresentato dalla difficoltà di trovare una sede idonea, a norma, spaziosa e fornita di accesso all’acqua di mare.

A Lampedusa sembra un miraggio irraggiungibile, ma non smetteremo di cercare. Certo, servono sostegni economici per ristrutturare o progettare una sede che possa garantire le condizioni per il riconoscimento regionale e nazionale degli organi competenti ma non smettiamo di sperare e perseverare: le tartarughe meritano ogni sforzo possibile!

 

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