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L’ARTETERAPIA IN OSPEDALE

“Arte”, dal latino “ars-artis”, e “Terapia” , dal greco “therapeia”, cura, servizio. L’arteterapia in ospedale è una metodologia di cura per la quale la terapia basata sull’arte diventa a tutti gli effetti una disciplina pragmatica e applicabile quotidianamente in funzione del benessere delle persone

Arteterapia in ospedale: quando nasce?

L’arteterapia in ospedale si sviluppa praticamente a partire da dopo la seconda guerra mondiale. I primi veri gruppi di arteterapia in ospedale nascono in Gran Bretagna nel 1942 per i malati di tubercolosi e inizialmente il metodo è quello di una scuola dell’arte. Grazie ad Adrian Hill, artista e psicologo egli stesso, nasce il termine arteterapia, pratica che inizia a diffondersi nei paesi con una forte tradizione psicoanalitica e psichiatrica (Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti) in risposta a un’ esigenza di rinnovamento delle metodologie in ambito pedagogico e riabilitativo.

 

Negli Stati Uniti, sono Edith Kramer e Margaret Naumburg i primi dottori che iniziano a curare con l’arteterapia in ospedale, bambini e malati di mente. La Naumburg, in particolare, è la prima a parlare di arteterapia in ospedale come forma di psicoterapia. Siamo nel 1954 quando Robert Volmat fonda il primo atelier di arteterapia, presso l’ospedale Sainte-Anne di Parigi, con lo scopo di sperimentare forme di approccio psicoterapeutico grazie all’uso dell’arte. Dopo i traumi che ha lasciato la seconda guerra mondiale, un’affermazione come “L'arte rappresenta uno stato intermedio tra la realtà e il sogno, tra l'introversione e l'estroversione, tra la sensibilità ed il pensiero, tra la materia e lo spirito”  che viene dal testo più noto di Volmat, “L’Art Psychopathologique”, risuona come una speranza.

 

Quando nasce in Italia l’arteterapia in ospedale?

In Italia l’arteterapia in ospedale nasce come concetto nel 1872, quando Cesare Lombroso, nel suo scritto teorico "Genio e follia", sottolinea lo stretto rapporto tra la follia e l’arte, dando inizio a quella che da alcuni è considerata la più importante raccolta ufficiale di opere d'arte di pazienti psichiatrici in Italia, custodita al Museo Lombroso dell'Istituto di Medicina Legale di Torino.

 

Lombroso era infatti anche il direttore dell’ospedale psichiatrico di Pesaro. L’Italia, legata alla tradizione positivista, resta un po’ indietro però rispetto al resto dell’Europa per quanto riguarda il progredire degli studi sulla psicodinamica e all’applicazione dell’arteterapia in ospedale. È con la Legge180 del 1978 che finalmente l’arteterapia entra in ospedale ed è clinicamente riconosciuta come strumento terapeutico fondamentale. In Italia tutto ha inizio con la musicoterapia intorno agli anni '70 e oggi si stanno sperimentando tecniche artistiche nuove in ogni direzione.

 

Scopo dell’arteterapia in ospedale

L’arteterapia in ospedale è spesso vista in antitesi rispetto a ciò che è la metodologia di cura classica di una patologia. Ma non è così, è importante contestualizzare. Si è parlato di umanizzazione dell’ospedale, nel senso di rendere quel luogo un punto di transito della vita più umano, non una magica enclave dove si possono risolvere tutti i mali del mondo. Ogni medicina, ogni terapia, così come ogni malattia è in relazione all’ambiente e al paese in cui si vive.

 

Curare dunque un paziente attraverso l’arteterapia, non significa necessariamente  vedere miglioramenti sorprendenti nel suo essere dall’oggi al domani, né tantomeno implica una loro trasformazione radicale. Semplicemente, attraverso l’arteterapia in ospedale si cerca di restituire all’individuo la sua storia, il suo ambiente, il suo tempo, le sue relazioni con sé e con gli altri e tutto ciò che lo circonda, al fine di farlo vivere quotidianamente il più possibile armonica. E anche la risposta alle cure migliora.

Immagine | Royblumenthal

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