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SAN FRANCESCO E TOLKIEN: ONORE ALLA VITA NATURALE

Che significa inseguire maestà e semplicità e vivere secondo queste linee guida? È possibile che la forza divina stia dentro ciascuno? Ce lo spiegano Tolkien e San Francesco, uomini illuminati da visioni e dotati della forza e dell'amore necessari a trasmetterle ad altri uomini

Premessa: chi scrive non ha letto tutto Tolkien, ne conosce la biografia in modo approfondito, ma non lo ha letto tutto tutto. Nemmeno la metà a dire il vero, nemmeno un quarto.

E va detto subito, perché i commenti e le assonanze che potranno trovare coloro che tra di voi sono lettori esperti non faranno che arricchire questa riflessione.

D’altro canto però, chi scrive conosce bene l’Umbria e lo spirito francescano puro, quella profonda fede che ha chi gira per il mondo con il cuore aperto.

Un testo come Tra San Francesco e Tolkien. Una lettura spirituale del Signore degli Anelli, scritto da Padre Guglielmo Spirito, sacerdote francescano di nazionalità argentina, non poteva non incuriosirci per la dose di spiritualità pratica che contiene.

In entrambi i testi la natura è ovunque e allo stesso modo le prove e il sostegno e la gioia e le paure che caratterizzano la vita. Ma entriamo un po’ nella biografia di San Francesco e di Tolkien.

John Reuel Tolkien nasce in Sudafrica, nel 1892, suo padre muore quando lui ha appena 4 anni; dopo il lutto, la famiglia si trasferisce a Sarehole, un sobborgo vicino Birmingham.

Nel 1904 muore anche la madre e Tolkien viene affidato a padre Francis Xavier Morgan, che gli insegna il greco, il gotico, l’antico finnico. E il giovane genio ama la natura e di linguaggio ne inventa uno, che cresce con lui. Lo studio dei classici è rigoroso tanto quanto lo sguardo del tutore, che gli impedisce di frequentare la fanciulla di cui Tolkien si innamora perdutamente a 18 anni, Edith Brath.

Nel 1913 Tolkien, guadagnata la sua indipendenza, si unisce alla ragazza (la sposerà nel 1916) e nel 1914 ottiene il titolo di Bachelor Of Arts all’Exeter College di Oxford. Scoppia la guerra, viene mandato a combattere, si ammala poco dopo e torna in patria. Nascono i suoi quattro figli e gli viene affidata la cattedra di Lingua Inglese e Letteratura Medioevale del Merton College.

Il decennio che va dal 1920 al 1930 è prolifico, la sua immaginazione si riversa in fiumi di inchiostro, storie destinate ai suoi figli, mischiate a leggende e mitologie del suo mondo.

Il lavoro da professore continua e la leggenda narra che proprio in fase di correzione degli elaborati dei suoi studenti, trovandosi davanti un foglio bianco, gli venne di scrivere: “In una buca del terreno viveva un hobbit”. Il libro con il titolo “The Hobbit” vede la luce nel 1937 ed è un successo immediato.

Della vita di Francesco si sa qualcosa a livello di divulgazione popolare, ma a chi volesse approfondire noi consigliamo un testo del grande storico medievalista Jacques Le Goff intitolato San Francesco d’Assisi, edito da Laterza. Nelle pagine di questo testo Le Goff spiega bene quest’uomo vissuto “ai margini della Chiesa ma senza cadere nell’eresia, ribelle senza nichilismo”.

Un uomo aperto verso la società, in contrasto con l’accumulazione dei beni terreni da parte della Chiesa e dei fedeli. Lo spiega bene anche Gilbert K. Chesterton o Eloi Leclerc in Sapienza di un povero. La povertà come regola basilare del suo ordine ha a che fare con la distanza dall’attaccamento. Viene in mente “il mio tessssoro” di Gollum, viene in mente la sete di avere che tocca tutti tranne Tom Bombadil, unico a essere anche in grado di muoversi nella Vecchia Foresta senza esserne sovrastato dalla volontà.

La presenza di Dio per Francesco è nella natura tutta, fonte di pura gioia, di sincero sorriso, come nel cantico di frate Sole, in cui tutti gli avvenimenti e i fenomeni naturali sono visti e amati nella loro bellezza spontanea e materiale, persino la morte “sora nostra morte corporale”.

Viene in mente la natura vivente in Tolkien, il tempo in cui gli uomini non si sentivano padroni, sapevano condividere e volere la terra come fosse una altro grande essere vivente da cui imparare e grazie al quale nutrirsi. 

 

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La cura, la natura, San Francesco e Tolkien

Il testo di Padre Guglielmo Spirito tocca nel vivo personaggi come Galadriel, Celeborn, si muove attorno al fascino del personaggio che è Tom Bombadil (“Francesco d’Assisi è una specie di versione reale, concreta, di quello che la figura di Tom evoca in noi. Il suo modo di rapportarsi con le cose e con la vita è tale e quale”).

Bellissimo il capitolo III, molto vicino ai temi del nostro sito, in quanto si parla di cura naturale come cura naturale dell’essere umano verso il suo simile. La relazione come guarigione. L’autore prende in esame la relazione tra Faramir ed Eowyn per parlare della possibilità di una “relazione vissuta nella mutua fiducia, in cui la persona può scoprirsi per rivelarsi, in cui la comunicazione diventa comunione”.

E andiamo avanti perché queste parole hanno a che fare con la possibilità di vivere in modo migliore, più naturale:la fiducia si esprime nella pazienza (un “lasciarsi fare”) o considerazione personale per il ritmo dell’altro, nella disponibilità personale, nell’offerta del proprio tempo e nell’attenzione per l’incontro”.

Che vuol dire affacciarsi al mistero personale dell’altro? Quanto è importante ricavarne il tempo in questa contrazione di intenti e schiamazzi di crisi ovunque. Si tratteggia la fragilità e la ricchezza dei due personaggi. “Imparare a conoscersi, accogliersi, imparare ad amarsi e ad amare i propri dinamismi prima di pensare di poter amare chi ci è vicino”, scrive Padre Guglielmo Spirito.

E nello spiegare la figura splendida dell’elegante Legolas, ne descrive la nostalgia per il mare, il richiamo dei gabbiani, la definizione della ferma intenzione a portare a termine una missione. Avere fede come non temere le sorprese e quello che portano con sé, messaggio che va al di là di quale che sia il Dio in cui si creda nel senso superficiale della religione cui si aderisce. Il senso è profondo e ha a che fare con l’ignoto.

Per spiegare un elfo e contemporaneamente parlare della prospettiva francescana l’autore riporta le parole del rumeno Nicu Steinhardt: “Domanda. Chiedi. Insisti. Osa. Non temere. Non avere paura. Persisti. Irrompi. Sii vigile. Sii saggio. Ecco tanti consigli che ci dimostrano chiaramente che non dobbiamo essere stupidi! La prova è il fatto stesso che Dio è un Dio nascosto, che dobbiamo trovarlo, scoprirlo; che dobbiamo decifrare il Suo mondo. Non troviamo la pappa fatta, la natura è complicata e dialettica, ci viene chiesto di spiegarlo al di là delle complicazioni e della dialettica; i suoi significati stanno al di là della realtà immediata.

Che si creda o no in una fonte, è bene ricordare che è dentro e non altrove. Questo il grande scarto, questo ciò che la natura ci insegna. Densissimo l’ultimo capitolo dedicato alla figura di Galadriel in senso specifico e alla Nostra Signora in senso viscerale, divino, nel senso della Grande Madre. La dama di Lorien, il Bosco Dorato, Regina elica di grande bellezza e saggezza. Bellezza come maestà e semplicità. Maestà e semplicità, una direzione che appartiene naturalmente alla natura. E a cui possiamo ispirarci.

 

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Immagine | Wikipedia

 

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