Questo sito contribuisce alla audience di DeAbyDay.tv

IL MISTERO DELLA MORTE DI OSHO

La foto di Osho con tanto di manette accanto al suo medico personale e all’amministratore capo dell’ashram di Poona ha fatto il giro del mondo. Facciamo un po’ il punto sul mistero che si cela dietro alla morte di Osho, sul presunto avvelenamento, l'evoluzione dell'insegnamento, l'espansione della comunità, le negazioni dei visti d'ingresso fino al graduale deperimento del corpo fisico

Osho Rajneesh nasce a Kuchwada l’11 dicembre 1931 e muore a Pune il 19 gennaio 1990. Che c’è stato tra le due date?  Provare a sintetizzare quello che c’è tra una data di nascita e una di morte è approssimativo e riduttivo per ciascuno, dal guru all’artigiano, dall’infermiera al bagnino e così via, al di là del ruolo ricoperto in un’esistenza (che raramente è solo uno), è complesso in quanto relativo a un essere umano.

Nato come Chandra Mohan Jain, è stato Bhagwan Shree Rajneesh fino al 1970 e con i suoi discorsi aveva già creato scompiglio negli ambienti più rigidi dell’ortodossia religiosa indiana, dopo aver lasciato il posto di docente accademico di filosofia. La natura di chi mette in discussione, la tenacia di chi è in grado di sviluppare una visione lo hanno sempre caratterizzato, fino a fargli adottare nel gennaio 1989 quel nome dal respiro ampio, grande: Osho (“oceanico”).

Dal 1969 al 1981 si crea energia nell'ashram di Pune, cuore pulsante di quello che si sarebbe espanso come Osho International Meditation Resort. Qui i primi campi di meditazione e la trasmissione delle sue tecniche inclusa quella della meditazione dinamica.

È durante una meditazione all’aperto che Osho inizia un discepolo come sannyasin. Ogni mattina, per 7 anni, un discorso. Alla fine degli anni 70 l’ashram riceve 30mila visitatori all’anno. I numeri dei coinvolti, la natura degli insegnamenti creano contrasti con il governo e la società indiane.

Quando, nel 1981 Osho si ritira in un silenzio che dura 1315 giorni, il numero di seguaci continua a crescere: in tutto il mondo 250 centri di meditazione, 45 comunità autosufficienti. In America, e per la precisione nello stato dell’Oregon, su una landa desolata, si concentrano le attività della Rajneesh Foundation International. Al primo festival del luglio 1982 partecipano più di 20.000 persone.

Un’energia che si condensa in modo imponente, una comunità mastodontica. Veena, addetta alle relazioni pubbliche, la spiegava così: “Il ranch è un buddhafield, si può sentirne l’energia. Un campo di energia attorno a un Buddha vivente. Non ci sono sistemi specifici per prendere le decisioni. Lavoriamo insieme e le cose accadono spontaneamente”. Una comunità che costruisce dighe, un lago, un auditorio, tre ristoranti, una fattoria immensa, una discoteca, un albergo con 47 stanze e strutture per accogliere 15.000 persone durante il festival.

Una comunità che coltiva circa cinquanta ettari di terreno, che ha messo a punto sistemi di conduzione delle acque e fognature sofisticatissime, pannelli solari, uffici postali, punti ristoro e acquisto di vario tipo. E il municipio, i vigili del fuoco, i luoghi per l’assistenza ospedaliera e dentistica, i forni per il pane. Una comunità che vive e che pulsa. E che ingombra, specie per quanto riguarda la popolazione locale, con vari episodi di aperta ostilità.

I dissidi con le autorità si intensificano, Osho si allontana dalla comune e va a stare da una discepola. Lì viene stanato, arrestato senza nemmeno l'ombra di un mandato di cattura. 

 

Praticare le meditazioni attive di Osho

 

L'arresto, il trasferimento nelle carceri, l'epilogo

L’arresto fu spettacolare, con tanto di mitra in bella vista. Accuse legate a fatti di natura solamente amministrativa, non violenta, nessun precedente penale, e le alte cifre per la cauzione proposte dai suoi avvocati non valsero a molto e Osho fu trattenuto per 3 giorni nel carcere di Charlotte. Da accordi, sarebbe stato poi portato a Portland, un volo di 5 ore che Osho non avrebbe mai fatto. Era il 6 novembre 1985. Osho non è a Portland. Il suo avvocato a Charlotte cerca di ottenere informazioni, effettua telefonate, senza arrendersi. Due giornalisti gli svelano che Osho è stato portato al penitenziario federale di El Reno, a 20 km da Oklahoma City e viene registrato con il nome falso di David Washington.

In modo del tutto repentino e improvviso Osho viene messo il 7 novembre su un volo verso Seattle, decisione diversa da quanto dichiarato il giorno prima dallo sceriffo alla stampa locale. Da Seattle decolla finalmente in Oregon. Sembra un gioco a far sparire la pedina e in questo caso la pedina è un leader spirituale potente, arrestato senza mandato, trattenuto senza reale autorizzazione a procedere. Processato a Portland, espulso dagli Stati Uniti.

E qui risuonano le parole del Dottor Pronas, ex capo del dipartimento di polizia al Ministero degli Esteri in Grecia: “Se gli americani vogliono uccidere Rajneesh, hanno molti modi per farlo. Possono ucciderlo in qualunque momento e in modo che la morte avvenga a scoppio ritardato, quando avrà abbandonato il paese”.

La sua segretaria personale, Ma Anand Sheela, cui era stato lasciato il potere della comune, nel frattempo era già scappata all’estero con 43 milioni di dollari. Denunciata all’FBI dallo stesso Osho anche per tentato omicidio del suo medico personale, la donna viene condannata a decine di anni di carcere e poi scarcerata solo dopo un paio. Osho si reca a Katmandu poi a Creta, dove viene espulso in quanto “pericolo pubblico” secondo il sinodo dei vescovi della chiesa ortodossa greca. Inizia la caccia all’uomo del governo Reagan, o meglio, azioni governative per far fallire ogni tentativo di Osho di trovare un luogo in cui stabilirsi, con rifiuti di visto d’entrata in Irlanda, Canada, Inghilterra, Svezia, Germania, Svizzera.

Nel nostro paese si mobilitano pensatori e artisti della portata di Gaber, Fellini e alcuni esponenti politici per fargli ottenere il visto d’ingresso ma nel 1988 ormai Osho è tornato in India. Le sue condizioni di salute sono pessime. Si ipotizza un avvelenamento da tallio avvenuto nella dubbia notte di prigionia nei luoghi di Oklahoma City. Un avvelenamento che avrebbe innescato un processo degenerativo dei tessuti, a giudicare dalla storia clinica tracciata dal dottor John Wally che si recò a Londra nell’ottobre 1987 con campioni di sangue, due litri di urine e dei peli di barba.

Il decadimento progressivo della salute intacca soprattutto i tessuti cardiaci, considerando il diabete già diagnosticato da anni. Osho abbandona il corpo il 19 gennaio alle 17.00; il certificato medico riporta come causa del decesso insufficienza cardiaca.


Scomodo. Discusso. Illuminato

Se vi doveste appassionare alla storia, vi consigliamo un libro “Operazione Socrate”, scritto da Majid Valcarenghi e Ida Porta (Tranchida Editori) pubblicato in prima edizione nel febbraio 1995. In questo testo troverete testimonianze importanti, descrizioni dei luoghi dell’esperienza.

La seconda parte è interamente dedicata all’alone grigio intorno al presunto avvelenamento, con tanto di fotocopie di esami diagnostici, documenti dalle prigioni, certificati di analisi cliniche. La terza parte del testo è interamente dedicata all’ultima fase della vita di Osho, messo letteralmente in croce e in stato di fuga da Reagan (scrutate bene le lettere su carta intestata della Casa Bianca con tanto di cancellazioni “per ragioni di sicurezza nazionale”).

Molte delle nostre penne migliori - Michele Serra, Lidia Ravera, Max Brecher, Giovanni Negri - hanno a suo tempo voluto fortemente questo libro e creato un comitato di sostegno (ne faceva parte Gaber stesso) per non dimenticare il caso Osho Rajneesh e anzi integrarlo nella coscienza internazionale.

È importante farsi una propria idea, leggere i testi, capire l’insegnamento, per non pensare di trovarsi di fronte all’ennesimo guru e al solito complotto urlato ai quattro venti. Condivisibile o no, Osho aveva una visione. In molti l’hanno abbracciata, adorata, messa in discussione, tradita, criticata, specie quando sono iniziati a girare molti soldi. "Io non faccio parte di alcun movimento. Ciò che sto facendo è parte di qualcosa di eterno che sta accadendo da quando il primo uomo apparve sulla terra e continuerà fino all’ultimo uomo. Non è un movimento, è l’essenza stessa dell’evoluzione”.

Barzellette, storie dissacratorie, inviti a un sesso vissuto in consapevolezza e libertà, parabole edificanti, orologi in bella vista, insegnamenti utili, Osho ha riassunto in sé moltissimo. E a coloro che hanno seguito la sua voce e i suoi silenzi ha lasciato messaggi chiari.

Il mio sforzo è rendervi disponibili a tutte le possibilità, e rendere tutte le possibilità disponibili a voi; in modo che possiate muovervi, che possiate cambiare, che possiate scegliere il tempo e il luogo che vi è proprio. Così un giorno nascerà un’intuizione, e quella intuizione sarà completamente vostra. Non avrà nulla a che vedere con me… Un giorno, una mattina, sorgerete nel vostro stesso essere, attenti ai vostri bisogni, attenti alla vostra direzione”.

E quel che ha fatto nel frattempo, prima che di abbandonare il suo corpo fisico, ha somigliato davvero a quanto aveva dipinto con le sue parole, altrettanto lucidamente: “Una volta che la direzione è compresa, riconosciuta, non ci saranno più problemi. Ma bisogna aspettare; ci vuole tempo. E prima che succeda vi dovrò sballottolare, rivoltare, dovrò trascinarvi da questo a quel posto”.

Sul letto in cui è morto ha dato le ultime chiare disposizioni: “Portatemi nell’uditorio per dieci minuti, e poi direttamente al crematorio; e ricordatevi di infilarmi berretto e calzini”, Quando al letto si avvicinò Jayesh, discepolo responsabile della parte amministrativa, Osho disse: “Non parlate mai di me al passato, la mia presenza qui, senza il peso di un corpo martoriato, sarà mille volte più grande. Ora che me ne vado da questo corpo, arriverà molta più gente. Vi lascio il mio sogno.

Riportiamo infine alcune sue parole durante la storica intervista rilasciata a Enzo Biagi nell’estate dell’89: “Resterò una fonte di ispirazione per la mia gente e questo è ciò che sentirà la maggior parte dei sannyasin. Voglio che coltivino per conto loro qualità come l’amore, intorno a cui non è possibile creare alcuna chiesa, come la consapevolezza che non è monopolio di nessuno, come la celebrazione, la capacità di essere felici, di mantenere lo sguardo fresco di un bambino. Voglio che la mia gente conosca se stessa, non che si adegui alle idee di qualcun altro. E la strada è entrare dentro se stessi”.

 

Può interessarti anche l'intervista a Jyoti de Gregorio sulla Danza dei 5 ritmi

 

Per approfondire

> Scopri di più su Osho

> Meditazione Osho, come si pratica e quali sono i benefici

> Il sito di Osho


Iscrivendoti accetti le condizioni d'uso e l'informativa sulla Privacy


Ti potrebbe interessare anche: