Un nazionale a Rifredi: Enrico Vivoli
KARATE. Il campione italiano, dopo un problema al ginocchio, si dedica ora solo all’insegnamento
38 Febbraio 2010
Cosa succede se tutto quello per cui hai
studiato si scontra con la tua più grande
passione? Ascoltare il cervello o il
cuore? A un certo punto della propria
vita, Enrico Vivoli si è trovato a dover fare questa
scelta, e l’ha fatta mosso da una convinzione: “Il
karate e le arti marziali sono più di uno sport, sono
una vocazione”. Proprio in questi termini si esprime
Vivoli, nazionale di karate, che dal 2004, in
seguito a problemi al ginocchio sinistro, ha cessato
la propria carriera da atleta per dedicarsi completamente
all’insegnamento.
Come ha iniziato a praticare le arti marziali?
Per caso: avevo 15 anni e praticavo tennis. Poi, un
giorno, mi è venuta la curiosità ed eccoci qua.
Cosa ricorda dei primi anni?
Nell’85 ho iniziato alla palestra Samurai in via
Corelli col maestro Sauro Somigli. Lui mi ha trasmesso
la passione per il karate, ma anche per il
tai-chi. Dal ’96 ho iniziato a fare anche l’allenatore
dei bambini al Dlf, e dall’anno successivo c’è stato
il salto di qualità.
Salto di qualità?
Sì, ho iniziato a praticare questa disciplina a livello
agonistico: questo mi ha permesso di diventare
diverse volte campione regionale e, nel ’97, vicecampione
italiano. In quello stesso anno sono stato
convocato in Nazionale e ho fatto un viaggio che
mi ha cambiato per sempre.
Di che viaggio si è trattato?
Con la Fondazione Apeiron siamo stati chiamati
ad andare in Nepal per insegnare le arti marziali ai
bambini di strada, un’esperienza che mi ha toccato
profondamente.
E poi cos’è successo?
Sono tornato in Italia e, dal ’98, ho iniziato ad al-
lenarmi con un campione come Giuseppe Sacchi,
che mi ha aiutato a diventare campione italiano.
Poi, da lì, il bivio.
Bivio?
Sì, perché proprio in quel periodo mi sono laureato
e ho iniziato a fare il praticantato. Cominciai a
rendermi conto che se avessi fatto l’avvocato avrei
dovuto trascurare la mia vocazione: le arti marziali.
Allo stesso tempo, però, non volevo sporcarle.
“Sporcarle” in che senso?
Per vivere di karate avrei dovuto aprire una palestra
e quindi i miei allievi sarebbero diventati dei
clienti. Di conseguenza l’obiettivo sarebbe diventato
solo quello di fare in modo che continuassero
ad iscriversi, e non di insegnare loro questa disciplina.
E come ha risolto?
Per fortuna nel 2000 ho vinto un concorso che mi
ha permesso sia di mettere a frutto la mia laurea,
che di avere un po’ di tempo libero.
Oggi dove insegna?
Dal 2000 insegno alla Meeting e sono felice, perché
anche grazie ai miei collaboratori (Lorenzo
Raguzzi, Antonello De Lorenzo e Gianni Spera)
siamo riusciti a coinvolgere giovani di una fascia
di età difficile come quella che va dai 15 ai 26 anni.
Cosa cerca di insegnare ai suoi allievi?
Che per poter squilibrare l’avversario prima di
tutto devi essere in equilibrio, ma soprattutto che
per combattere devi aprirti all’altro e conoscerlo.
Penso che aprirsi e conoscere siano due principi
fondamentali anche per la vita.
Le arti marziali gli hanno dato grandi soddisfazioni personali, ma soprattutto
gli hanno permesso di apprendere una filosofia di vita, di trovare un equilibrio.
E di fare un viaggio che lo ha cambiato per sempre...
Di Carlo Marrone