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ERNIE DISCALI E DECORSO NATURALE

Le ernie discali attraverso due meccanismi fisiologici rientrano in un tempo stimato di 3 mesi. Gli studi scientifici eseguiti mediante imaging dimostrano come le grandi ernie o protusioni vengono in parte fagocitate ed in parte rientrano formando successivamente una cicatrice nell'area lesionata dell'anulus


Articolo scritto da Dott. Matonti Ranieri,

osteopta,posturologo clinico, naturopata, specialsta in cinesiologia educativa e rieducativa

 

Troppe volte, mi capita di ascoltare pazienti con esperienza pregressa d’ernia discale i quali, hanno la convinzione ferrea della presenza perenne della stessa nel proprio corpo.

 

E’ anche vero, che tale convinzione è radicata e quindi trasmessa ai propri pazienti da  alcuni medici.

 

Per cui mi è comune, ritrovarmi persone in studio con lombalgia ad esempio, i quali attribuiscono la stessa all’ernia comparsa anni prima.

 

In passato si credeva che l’ernia del disco, una volta apparsa, fosse permanente. Recenti ricerche tuttavia, compiute con risonanze magnetiche (RMN- foto1) e tomografie assiali computerizzate (TAC-foto 2) hanno dimostrato che ciò non è affatto vero.

 

 

 

 

 

(Foto 1)Voluminosa ernia discale a livello di C5-C6

 

Tali studi, infatti, rilevano che le ernie, sia cervicali sia lombari, non solo mostrano dimensioni ridotte dopo un periodo di trattamento ma che in molti casi regrediscono e non sono più visibili nelle immagini radiografiche dopo il trattamento.

 

In tal modo, prendendo in considerazione esami radiografici pre e post trattamento Mochida e colleghi, hanno rilevato come le ernie cervicali (CHD) e lombari (LHD) abbiano un decorso di recupero, in media nell’arco di 3 tre mesi.

 

 

 

(Foto 2)Ernia discale di L5-S1

 

Nel caso di CHD questo studio ha dimostrato che nel 40% dei casi era presente una riduzione di dimensione o una regressione, mentre nel caso di LHD si è rilevato una riduzione dell’ernia in circa il 60% dei casi.

 

I ricercatori hanno anche dimostrato che maggiore era la grandezza dell’ernia o della protrusione e maggiore era la capacità di riduzione della stessa. A conclusione dello studio, i ricercatori ne hanno dedotto che la riduzione o il riassorbimento dell’ernia, dipenda sia dalla taglia sia, dalla posizione e dalla fase in cui si trovi il paziente.

 

E’ apparso anche evidente nello studio, come le ernie rispondessero meglio al trattamento se lo stesso fosse stato attuato all’inizio della comparsa della lesione anatomica, con risultati migliori per quelle laterali contenute, rispetto a quelle più piccole oppure sotto legamentose.

 

La maggior parte dei pazienti nello studio di Mochida, ha ottenuto un beneficio clinico, indipendentemente dai risultati radiologici post trattamento.

 

Sempre Mochida in un altro studio, ha dimostrato la presenza di cellule macrofage (cellule spazzine) nell’ ernie asportate chirurgicamente, oltre all’evidente formazione di una nuova vascolarizzazione.

 

Questo è interpretato dal ricercatore, come la dimostrazione del fatto che vi sia un’azione di digestione fagocitica, responsabile della diminuzione di taglia dell’ernia. Per cui le cellule fagocitarie attaccano i frammenti di disco espulsi, visti come fossero dei corpi estranei.

 

Ricerche immunologiche e chimiche sono in corso per capire la patofisiologia di tale riduzione.

 

Successivi studi effettuati da altri ricercatori, concordano con quanto affermato da Mochida.

 

 

 

E’ il caso dello studio di ricerca sulle LHD di Bozzao e colleghi, i quali dimostrano che il 63% dei pazienti trattati in modo conservativo con epidurali, farmaci ecc. hanno ottenuto un riassorbimento dell’ernia nelle immagini di controllo. Altro studio sulle LDH di Ellemberg e altri, evidenziano nel loro studio che, pazienti affetti da radicolopatia, rilevata mediante esami radiografici e mielografie, hanno mostrato riduzioni delle ernie in 78% dei casi.

 

 Matsubara dimostra che pazienti trattati medicalmente con farmaci, fisioterapia, trazioni e iniezioni di steroidi epidurali, mostrano segni di riduzione nel 60% dei casi.

 

E’ interessante operare una seria riflessione, circa le straordinarie capacità di recupero dell’organismo, nonché dell’aggressione che a volte esso subisce con trattamenti farmacologici.

 

Leggendo le conclusioni di un interessante studio effettuato da chiropratici ed esposto nelle righe successive, la riflessione che invito a compiere è supportata da questa domanda: l’abuso di farmaci e il trattamento standard medico- farmacologico trova giustificazione? E’ giusto ignorare le capacità auto- correttive e i tempi dell’organismo, anziché supportarli con metodiche non mediche?

 

Una delle poche ricerche chiropratiche ( si ravvede la necessità d’ulteriori studi, in tal senso) ha utilizzato risonanze magnetiche quale metodica di confronto.

 

Questa ricerca, pubblicata successivamente in uno studio, è stata effettuata su un campione di 27 pazienti, (campione esiguo) afflitti sia da CDH o LDH.

 

Nel 63% dei casi, come dimostrano le immagini pre e post trattamento, era presente una riduzione o completa remissione dell’ernia dopo i trattamenti chiropratici.

 

L’ 80% dei pazienti in questo studio, presentava un notevole miglioramento clinico.

 

Il solo trattamento chiropratico si è dimostrato positivo non solo a livello clinico ma anche a livello anatomico e radiografico.

 

Cassidy e altri, in una ricerca sugli effetti dell’aggiustamento chiropratico in posizione laterale su comprovate ernie, hanno rilevato che 13 pazienti su 14 hanno ottenuto buoni risultati clinici. Di quei 13, circa la metà presentava diminuzione della taglia dell’ernia nelle tomografie di controllo.

 

Questi studi e mi riferisco in particolare agli ultimi due, dovrebbero comportare una virata da parte del trattamento medico- farmacologico, troppo spesso standardizzato ed orientato alla somministrazione di farmaci in quantità eccessive.

 

Ulteriore consapevolezza, circa la validità terapeutica di metodiche non mediche          (osteopatia e chiropratica in primis) dovrebbero  essere utilizzate in campo sanitario, evitando l’ideologia estremista secondo cui, il trattamento medico è la panacea universale.

 

Non è così e gli studi a testimonianza di ciò ve ne sono.

 

Non fosse altro, per i casi clinici risolti i quali arrivano negli studi di professionisti preparati nell’arte e nella scienza manuale.

 

Mochida c’indica anche i possibili meccanismi fisiologici cui l’organismo pone in essere per auto-ripararsi.

 

 

Credo, sìano meccanismi che debbano essere aiutati, supportati e non sopraffatti con l’abuso chimico, ortesico o peggio ancora con la faciloneria chirurgica.

 

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