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LA PRAKRITI IN MEDICINA AYURVEDICA

Adoro molti aspetti dell’antichissima filosofia ayurvedica; più di tutti il precetto secondo cui la gioia sarebbe uno degli scopi della nostra vita.

IL DONO ENERGETICO 

Ognuno di noi quando mette piede su questa terra porta con sé un patrimonio genetico che gli indiani chiamano Prakriti, una risultanza energetica e assolutamente individuale con cui dovremo fare i conti a vita. E i conti devono essere fatti per bene se vogliamo garantirci la Gioia.

La parola Prakriti significa ‘natura’, più precisamente s’intende con essa la forma individuale di ognuno di noi determinata da un preciso gioco di energie: la proporzione in cui si trovano i 3 Dosha (energie costitutive generate da Etere, Aria, Terra, Aria, Fuoco) al momento della nostra nascita. E sarebbe proprio questa risultanza a determinare la nostra qualità energetica, sia da un punto di vista costituzionale che psichico.

Ti faccio un esempio pratico, una persona con costituzione Vata rifletterà le qualità dell’Aria e sarà quindi alta e magra, spigolosa, con un viso allungato e le mani nodose, gli arti lunghi e le ossa sottili. Sarà rapida nei movimenti, loquace, ansiosa e instabile; predisposta ad imparare e a dimenticare con la stessa velocità; altalenante negli affetti e nelle passioni.

Conoscere la Prakriti di appartenenza, per i medici indiani era ed è fondamentale. Sulla base della costituzione individuale si possono, infatti, trarre importanti indicazioni per la diagnosi e il trattamento delle malattie, per la scelta della dieta, del movimento; per determinare, insomma, lo stile di vita più adatto.

E’ FONDAMENTALE IMPARARE A MANTENERE INTATTA LA NOSTRA ENERGIA VITALE, in un continuo scambio tra quello che esce e quello che entra. Immagina di essere una brocca di vetro con una tua energia di partenza, una discreta scorta che ti consente di spenderti nel mondo ma che se non viene reintegrata è destinata ad esaurirsi. Ti pongo una domanda: credi di essere in grado di reintegrare l’energia che disperdi ogni giorno?

Un altro aspetto della medicina ayurvedica – e in generale dell’antica medicina cinese – che mi entusiasma particolarmente è che non è prevista la distinzione tra bello e brutto, buono e cattivo, fortuna e sfortuna. Tutto può essere l’uno e l’altro. Non è che possedere una  dominanza di energia Vata è buona cosa, mentre è una sfortuna appartenere alla tipologia Kapha. Molto dipende da una nostra presa di coscienza, vale a dire: laddove non arriviamo noi con la nostra energia di base, vorrà dire che ci atterremmo ai preziosi suggerimenti che l’Ayurveda ci consegna. L’ayurveda, ma anche la nostra medicina, se la riteniamo buona per noi.

Ricordi, quando ti dicevo che è molto meglio sapere che non sapere? Conoscere che ignorare? Se tu sai di possedere una predisposizione alla dispersione, dovrai imparare a controllare certe attività e a mettere da parte buone energie per l’immediato futuro, un po’ come fanno le formiche con le loro provviste per l’inverno.

Generalmente le tipologie Vata, dominate dall’aria, sono maggiormente predisposte a spendersi in mille attività, senza risparmiarsi, e questo ovviamente ha un prezzo: la dispersione e l’impoverimento energetico, corporeo e psichico. Rispetto, per esempio, alle tipologie Kapha dominate dalla Terra e dall’Acqua, forze centripete che consentono un maggior radicamento, nonché un controllo razionale delle proprie possibilità.

Senza complicarti troppo la vita, ti chiedo ora: credi di aver abusato delle tue energie ultimamente? O, al contrario, ritieni di averle preservate?

Cosa fai, quotidianamente, per ripristinare le energie perdute durante la giornata?

O, invece, appartieni a quella categoria di persone che devono sentirsi sfinite, grondanti di stanchezza, per potersi sentire appagate?

Risulta evidente che queste persone saranno più predisposte di altre ad ammalarsi, per esempio stagionalmente, essendo le loro difese continuamente messe sotto stress e tutto il loro organismo (corpo-mente-spirito) in uno stato di perenne attacco-difesa-allerta.

Fintanto che non impariamo a prenderci cura di noi continueremo a sentirci in preda alla malattia, e lo saremo per davvero!

Dovremmo tutti imparare dalle piante a preservare le nostre energie o dagli animali che sanno esattamente quando è il momento di ritirarsi dalla scena col letargo e quando è quello di rimettersi in pista.

Hai mai cercato di vivere in sintonia con le stagioni, esattamente come fanno i tuoi simili: le piante, gli animali, i minerali?

La primavera è il momento della Ri-nascita, della Ri-scoperta, quello in cui è giusto compiere ed attuare scelte importanti per la propria vita: traslocare, cambiare lavoro, mollare il proprio partner, cominciare una dieta. Non si comincia mai una dieta in inverno, nel momento in cui il nostro organismo abbisogna semmai di chiusura, di un ripiegamento su di sé; e non d’introdurre un simile cambiamento. L’inverno è la stagione del raccoglimento e della riflessione, così come l’estate è quella dell’espansione e dell’apertura verso l’altro, o l’autunno quella del passaggio, la fase in cui si dovrebbe cominciare a tirare i remi in barca. Ma torneremo presto a parlare delle stagioni; te lo prometto. 

Dicevamo dell’energia di base: SE LASCIO USCIRE TROPPO: DISPERDO. SE TENGO TROPPO DENTRO: ACCUMULO. E questo vale sia per il corpo che per la mente. Contemporaneamente.

Ancora una volta la strada da perseguire è quella che sta nel mezzo; l’equilibrio tra la forza centrifuga (alta) del cielo e del fuoco e quella centripeta (bassa) della terra.

Del resto, ogni azione che compiamo, ogni giorno, contiene in sé questi due momenti, antitetici ma complementari. Se ora ti chiedo di allungare un braccio per afferrare una penna, esso si disperderà nella fase di allungamento e si raggrupperà per afferrare l’oggetto. E se ora ti dicessi di camminare, noteresti come c’è un momento di dispersione quando cioè porti il piede e la gamba in avanti e un momento di raggruppamento, quando sposti il peso, e così via.

Nel salto ci sono questi due momenti, mentre sbadigli, respiri, ridi, gridi, canti, ti addormenti e ti risvegli…

E’ un passaggio così semplice e naturale, eppure talvolta noi riusciamo a complicarlo. E sai chi è il vero responsabile? Il controllo della mente, sempre lui.

Quante volte, fin da bambino, ti sei sentito dire: Controllati. Pensa con la testa. Prima di agire pensa. Quello non lo devi dire. Questo non lo devi fare. Se sbagli paghi. Oh, certo, c’è sempre una buona parte di verità in questi avvertimenti; saremmo tutti dei serial Killer se tra il dire e il fare non ci mettessimo almeno un po’ di mezzo il mare!

Ma sai che differenza se, anziché un: Ora devi fare quello che ti dico io! ci avessero detto: Questo è il momento di stare seduti, poi potrai correre finché vuoi!

O, se al posto di un “Ora finiscila, non ne posso più di te!” nostra madre ci avesse detto: ”Sono solo un po’ stanca, mettiti a sedere accanto a me, usciremo domani”.

Ci hanno fatto credere che, attraverso la disciplina e il potere della volontà, i moti e gli impulsi di noi comuni mortali, potessero essere domati, o addirittura dissolti. Quante volte ti sarai reso conto che non è così? La fisica moderna ma anche il buon senso dimostrano che non è così.

TUTTO CIO’ CHE NON ESCE RESTA DENTRO.

TUTTO CIO’ CHE NON FLUISCE CONDENSA.

TUTTO CIO’ CHE CONDENSA, COL TEMPO, SI CRISTALLIZZA.

Mi viene da pensare ai calcoli biliari, ora, che molto hanno a che spartire con la pietrificazione dell’aggressività repressa, la rigidità mentale di chi li produce e col suo modo ‘calcolato’ di vivere. Eccoci al nocciolo della questione, dunque: la rabbia, ma anche la gioia, la tristezza, la delusione non vanno mai represse, censurate, tenute sotto vuoto ma portate all’esterno: fuori di noi. La rabbia può essere cantata. Danzata. Scritta. Scolpita. Suonata. Nuotata. Corsa. Pugilata. Saltata. La rabbia può essere camminata fino a farsi venire il fiatone. Può essere recitata, gridata, dipinta spruzzando la tela di colore come faceva Pollock. Non credi fosse stato, almeno una volta molto incazzato, mentre prendeva a pennellate di colore la tela? 

Se non la trasformi, la rabbia con la sua forza-verde-acida-alla-Hulk migrerà nel nostro corpo andandosi a depositare prima nel fegato, poi nella cistifellea, fintanto che troverà un passaggio accessibile, uno spazio non troppo saturo dove poter fermarsi a bivaccare col suo sacco a pelo e lo zaino pieno di inquietudine.

Non credere a chi ti dice: se sei arrabbiato fermati a pensare. LA RABBIA NON VA PENSATA. Se c’è significa che l’abbiamo già fatto, abbiamo già pensato fin troppo. Se anziché pensare l’avessimo trasformata in gesto creativo, non dico che non ci sarebbe più, ma certamente una parte di essa si sarebbe dileguata.

Hai mai sentito dire: “Ma guarda quella persona che brava, non si arrabbia mai”. Oppure, “come lo invidio, non l’ho mai visto incazzato!”. Tu, ci credi? Io no.

Non al fatto che non abbia mai esternato la sua rabbia, questo è possibile; non credo al fatto che non l’abbia mai provata. Tutti abbiamo i nostri buoni motivi per arrabbiarci, non credi?

Hulk, il mostro verde uscito dalla penna di Lee e Kirby altro non è che l’alter ego violento ed impulsivo del più timido e riservato scienziato Bruce Banner. E credo, anzi ne sono quasi certa, che i due fumettisti avessero ben presenti sia ‘Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde’ che Frankenstein dove compare esplicitamente il tema della doppia identità.

Ci hanno insegnato che è brutto arrabbiarsi. E non solo, che diventiamo brutti quando ci arrabbiamo. Brutti e cattivi. Il che, alle orecchie di un bambino suona come: non degni di essere amati. Non troppi giorni fa ho assistito a questa scena. Ero in autobus. Una madre teneva sulle ginocchia suo figlio di otto anni, su per giù. Il bambino, a un certo punto, vedendo dal finestrino il tendone del circo si è messo a scalpitare e a dire: “Io voglio scendere, portami al circo”. La mamma, sulle prime, ha tentato di calmarlo con carezze e promesse; accorgendosi dello sguardo indispettito di alcuni passeggeri è passata alle maniere forti. No, non lo ha picchiato, forse sarebbe stato anche meglio. La frase che ha seguitato a ripetergli per tutto il tragitto, è la seguente: “Guardati come sei brutto quando fai i capricci. Sei talmente brutto che quando scendiamo ti vendo a qualcuno”. Il bambino si è guardato attorno ed ha affondato la testa sotto lo schienale. Poco dopo l’ho sentito sussurrare “se mi vendi, io scappo e poi muoio giù dal ponte”.

La madre ha manifestato la sua rabbia attraverso parole di rabbia. Non ha pensato, in quel momento, quanto le sue parole potessero ferire il bambino, intaccarne la sua interiorità, andandosi a depositare come polvere sulla sua giovane, fragile, pelle, per poi procedere attraverso i pori in un lungo divagare. Quella donna era arrabbiata, non con suo figlio. E a me è parso evidente, fin dal momento in cui l’ho vista salire sull’autobus.

Il suo problema non è la rabbia, ma il fatto che non sia mai riuscita a trasformarla in qualcosa di diverso dalle minacce e dai rimproveri.

La rabbia, come tutti i sentimenti, arriva per salvarci, per farci provare qualcosa che non sia soltanto il nulla. L’apatia del vivere. La rassegnazione. La rabbia, nella fattispecie ci salva da un meccanismo di implosione e con la sua forza dirompente, difficile da contenere, ci sta dicendo proprio questo: basta trat-tenere. Se trattieni le emozioni, trattieni il respiro, ossia trat-tieni la vita. E la vita non va trat-tenuta ma semplicemente vissuta.

Lo sai che per l’Ayurveda non esiste alcuna distinzione tra le tossine fisiche (risultanti da processi fisiologici interni) e quelle emotive (da processi psichici), entrambe si chiamano AMA.

Hai mai riflettuto sul fatto che le piante epatiche, ossia quelle che si prendono cura del fegato, si occupano nel contempo anche degli eccessi di rabbia?

Lo studio di queste piante dimostra come un accumulo di rabbia abbassi notevolmente il coraggio, un’attitudine del fegato e come, a seguito di una depurazione epatica, l’energia da cui il coraggio prende forma venga ripristinata.

Mai sentito dire: “Quella persona ha fegato”? intendendo dire che è dotato di ardimento. Se osservi la struttura del carciofo ti renderai conto di come non sia delicata ma forte e resistente, artigliata, con foglie appuntite. Il suo nome scientifico (Cynata Scolymus) deriva da Kyon = cane, in riferimento alla somiglianza delle brattee spinose del capolino con i denti del cane.  Il fiore, amarognolo ma gustoso, ben protetto  da spine e contrafforti robusti, ha fatto pensare fin dall’antichità che la pianta potesse aiutare chi, pur nascondendosi dietro un aspetto burbero e un atteggiamento arido e fegatoso - dovuto all’amarezza che si porta dentro – ha comunque un cuore leale e coraggioso.

Per preservare la nostra energia vitale è necessario, prima di ogni altra cosa, mantenere pulito il nostro corpo. Come si fa con la propria casa, inutile aggiungervi mobili nuovi, tende e tappeti, se è piena di polvere e umidità.

IL PRIMO PASSAGGIO PREVEDE SEMPRE IL DRENAGGIO DEGLI ORGANI EMUNTORI DALL’ECCESSO DI TOSSINE. Solo dopo sarà possibile inserirvi nuova linfa, informazioni rinvigorenti, tenendo conto delle due stagioni in cui si è inseriti, quella emotiva e quella esterna.

Dunque, ricorda: prima di aggiungere è indispensabile togliere ciò che non ci serve più.

 

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