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PORTARE FUORI IL MONDO INTERIORE. INTERVISTA SULLA DANZATERAPIA A ELENA MARIA FOSSATI

La danza è espressione. Ma può diventare una risorsa, in presenza della figura che fa da ponte tra il processo creativo e il mondo interiore che si porta all'esterno. Ce lo spiega Elena Maria Fossati, laureata in  Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica e Terapista Occupazionale, DanzaMovimentoTerapeuta APID (Associazione Professionale italiana DanzaMovimentoTerapia -DMT-), membro del consiglio direttivo APID

Quando io e Elena Maria Fossati ci troviamo su Skype, dietro alle sue spalle noto tanto bel legno. Mi descrive la splendida struttura che sta realizzando in Brianza, un speciale luogo per le artiterapie e il movimento. Non so perché ma mi sento a casa, anche se a distanza. Inizio con una domanda scomoda: "Se la danza è già guarigione, che senso ha la danzaterapia?" La domanda parte da una riflessione fatta con un'amica coreografa, Daniela Malusardi. 

Recentemente mi sono avvicinata anche alla danza africana e un po' di domande sono spuntate. Se può accadere che in una posturale si stia attenti al minimo movimento, al punto che talvolta la paura stessa arrivi a creare blocchi, come è possibile che alcune danze siano liberatorie e curino, che quando si entra nell'espressione motoria libera si compiano sì movimenti veloci, ripetuti, energici, ma questi non creino problemi, anzi, liberino e sblocchino? "Ma perché la danza di per sé è guarigione" mi ha risposto Daniela. 

E allora, quando hai l'occasione di intervistare chi di danzaterapia se ne intende eccome come Elena Maria Fossati, la domanda che "nasce spontanea" non te la lasci sfuggire. Certo, è come chiedere a un panettiere che bisogno ci sia del pane, però Maria Elena mi ha ascoltata con attenzione e dolcezza e le sue risposte sono state precise e ponderate.  

"E' vero che la danza è terapia di per sé. Come è vero che già dal'antica Grecia gli spettatori (partecipanti attivi, tra l'altro) a teatro erano in grado di sperimentare la catarsi. Quando danzi porti fuori un tuo mondo interno. L'essere umano porta fuori espressioni di sé attraverso il corpo, la parola, la poesia, il suono, la produzione grafica, pittorica, scultorea. Quando il nostro mondo interiore lo si porta verso l'esterno di fatto avviene un processo creativo che è già guarigione. Non voglio ridurla al semplice "Balla che ti passa", però in un certo senso è così, l'espressione veicola benessere. Questa sensazione è al livello della circolazione sanguigna, del battito cardiaco, della coordinazione motoria, della muscolatura, di tutta l'unità che incorporiamo. Questo tipo di lavoro è anche terapeutico in senso lato perché si tratta di un movimento creativo-espressivo. La danzaterapia si fonda su questi poteri, sulla possibilità che la danza offre. Durante il processo il ruolo del professionista è quello di trarre consapevolezza da questa espressione. Il professionista aiuta il suo allievo, cliente o paziente a strutturare tale processo creativo che resterebbe fine a se stesso, all'espressione. Per risponderti meglio, la danza diventa danzaterapia quando c'è un conduttore che incanala questo processo per armonizzarlo, usarlo come risorsa personale." 

Mi ha parlato poi del suo percorso, molto interessante, nutriente ascoltarlo. 

"Mia mamma mi ha sempre detto che io son stata in movimento fin dalla pancia, in sintesi il movimento è il mio canale privilegiato. Ho fatto sempre attività sportiva da agonismo nell'atletica poi la pallavolo; non ho mai mai fatto danza a livello professionale, i miei genitori avrebbero voluto e io ho fatto di tutto per non accontentarli. A 16 anni ho iniziato a praticare arti marziali e sono entrata a contatto con le forme, con il movimento come riflessione e meditazione in funzione della ristrutturazione e percezione motoria. Mi sono iscritta all'università, ho iniziato a lavorare in psichiatria con pazienti gravi. In quegli ambiti l'espressione corporea diventa la via relazionale e in presenza di disturbi ecolalici il lavoro assume valenze diverse; per intenderci, il movimento cambia quando il gesto non è adeguato, quando l'intento di una carezza si traduce, per dire, in un ceffone. Sul mio cammino ho trovato la danzaterapia di Maria Fux, l'ho conosciuta in uno di questi seminari propedeutici a Milano nel 1990, con lei ho fatto la mia formazione a Milano, lei a partire dalal danza ha fondato un metodo molto creativo e grazie a questi semianri ho cominciato a riflettere sulla creatività corporea finalizzata alla comprensione del linguaggio di queste ritardate mentali gravi. Dopo 3 anni con lei ho incontrato il Dr. Vincenzo Puxeddu, dottore in Medicina, Specialista in Riabilitazione con specializzazione in DanzaTerapia (Univ. La Sorbona Parigi), direttore didattico della scuola di formazione professionale in movimento danzaterpia integrata. Con l'approccio di Vincenzo Puxeddu, che ha una formazione di base in fisiatria, ho integrato l'approccio etnoantropologico nella mia formazione come riabilitatrice, e a tutto ciò si è andata a sommare la parte curativa appresa con Maria Fux e il bagaglio derivante dalle arti marziali, che mi ha concesso di approcciare il corpo a partire da un versante e una visione più spirituale." 

Sviscerando meglio il ruolo del professionista in danzaterapia, lei precisa che: "Il terapeuta è il mediatore tra il tuo movimento, la tua danza e il tuo mondo interno. La danza è usata come risorsa personale, non con finalità espressiva o artistica, ma per raggiungere altri obiettivi, attraverso la mediazione del professionista che diventa "ponte" tra il processo creativo e il mondo interiore.

Tocchiamo poi il rapporto tra la danza e il potere evocativo, l'immaginazione. Mi racconta un aneddoto che risale al 2001, quando iniziò a lavorare con un gruppo di persone più o meno tutte della terza età che, prima di imbattersi in lei, erano stati seguiti da una laureata in scienze motorie. Quando Maria Elena ha iniziato a farli muovere secondo un movimento che loro stessi potessero usare come risorsa, è accaduto qualcosa di buffo: "Di loro spontanea volontà si sono proposti di darmi le fotocopie degli esercizi che avevano eseguito sino a quel momento con l'altra insegnante, dicendo: "Li impari e poi ce li fai fare". Io faccio un lavoro che chiama in causa tutto il processo creativo, è tipico nelle arti terapie in cui si va al movimento a partire dalle immagini. Jung stesso fece un intenso lavoro di ricerca sulle potenzialità della visualizzazione creativa, sul potere dell'immagine che si può creare addiritutra stando fermi. Quando lavoro con persone che hanno grosse problematiche come demenze o disturbi legati alla terza età il richiamo all'immagine è costante. Per dire, alzare un braccio per compiere un esercizio non diventa una ripetizione vuota, ma la reazione a una richiesta evocativa come potrebbe essere quella che si lega all'idea di prendere una mela." 

 

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Siamo passate a parlare dei corsi dell'Apid per gli aspiranti terapisti/terapeuti in danzaterapia. "I corsi di formazione accreditati Apid sono concepiti come la specializzazione che si unisce a un percorso pregresso. "Io stessa ho utlizzato la mia formazione di 4 anni per integrare tutto il mio backrgound di riabilitatrice psichiatrica; nei corsi le ore di fisiologia ovviamente sono limitate per una persona che non ha una formazione già acquisita in precedenza. Internamente alla commissione didattica, stiamo ora rivedendo i titoli per ammettere gli aspiranti danzaterapeuti. " Mi ha spiegato che molto dipende dalla Legge 4/2013, legge che incentiva l’autoregolamentazione volontaria grazie ai meccanismi di certificazione fondati sul sistema UNI come richiamato dalla direttiva 98/34. 

In sintesi, se vengono riconosciute le associazioni professionali sarà richiesto di rendere nota anche la formazione che deve avere un professionista per potersi iscrivere. I corsi dell'Apid per gli aspiranti insegnanti in danzaterapia indicano parametri per l'aspirante danzaterapeuta. Chi vuole formarsi infatti deve possedere una laurea di primo livello in ambito umanistico, riabilitativo, sanitario, o una laurea di secondo livello o aver fatto l'accademia di danza. A quel punto può avvenire l'iscrizione a un percorso minimo triennale, che di fatto, compresa tesi, tirocini, supervisioni, possono divenire 4. Esistono scuole accreditate dall'Apid e io, come membro del consiglio direttivo dell'Apid, ritengo sia meglio per un professionista risultare iscritti all'associazione professionale, che garantisce una doppia cautela, sia al consumatore che al profesisonista stesso.  "A livello europeo - mi spiega - esiste l'EADMT, l'European Association Dance Movement Therapy. In Inghilterra ci sono realtà molto interessanti e allo stesso modo in Francia ci sono percorsi formativi incredibili anche a livello di master; in Spagna il percorso di formazione spesso si inserisce nel contesto universitario." 

Da profana, le ho chiesto qualche titolo sulla danzaterapia e tra il mare magnum della letteratura specifica Maria Elena pesca due titoli. Il primo, più tecnico, è un testo che si intitola semplicemente "Danzamovimentoterapia", prodotto dall'Apid nel 2008; un testo che aiuta il lettore a inquadrare gli approcci metodologici. L'altro testo è "Movimento Autentico", metodo di esplorazione dell’inconscio attraverso il movimento, definito dall’opera di Mary Starks Whitehouse, Janet Adler e Joan Chodorow. In particolare, Maria Elena ci ha segnalato l'approccio della Chodorow, professionista che ha preso in esame l'utilizzo del movimento a scopo psicoterapeutico. 

La domanda finale, da mille dollari: "Chi è Jung per te?"  

"Se penso al film" mi dice sorridendo "ti dico che è un uomo che non avrei volto conoscere... Scherzi a parte, Jung, per noi che ci occupiamo di relazioni non verbali e relazioni d'aiuto usando strumenti creativi di ogni genere, è una figura fondamentale, colonna portante di tutti i percorsi legati alle artiterapie. Jung è stato colui che ha presentato l'uomo come essere corpo fisico, pischico, sociale, spirituale. Attraverso la sua ricerca ha permesso alla scienza medica e alla psicologica di far incontrare lo Yin con lo Yang, l'Oriente con l'Occidente...Un grande uomo che avrebbe dovuto vivere in questa epoca..."  ci pensa un attimo e smpre sorridendo si corregge: "No, meno male che è vissuto nel suo momento storico. Ora noi abbiamo tutte le possibilità aperte di godere di tutti i frutti che ha seminato. Nonostante le difficoltà terapeutiche che abbiamo ancora oggi, non si può dire che non stiamo raccogliendo i frutti del suo lavoro." 

Immagine | Elena Maria Fossati


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