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COMPRENDERE LE EMOZIONI NEL BAMBINO

Come si fa a comprendere le emozioni del bambino e a fornirgli gli strumenti per sviluppare nella maniera più adeguata la propria intelligenza emotiva?

L’intelligenza emotiva è quella speciale abilità che ci consente di gestire le emozioni; è importante e va coltivata sin dalla nascita.

Spesso, come genitori, ci concentriamo soprattutto sullo sviluppo delle abilità cognitive, ma non dobbiamo mai dimenticare che la componente emotiva è altrettanto importante e non va sottovalutata.

Parafrasando il filosofo Umberto Galimberti, lasciando al caso lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, corriamo il rischio di ritrovarci in casa, tra qualche anno, adolescenti più soli, più nervosi, più impulsivi e persino più depressi; in sintesi, meno preparati ad affrontare la vita.

Ma… come si educa un bambino a gestire nella maniera giusta le proprie emozioni?

 

Le emozioni innate nel bambino e il ruolo del genitore

Esistono sei emozioni, definite primarie o di base, che costituiscono il corredo emotivo innato. I bambini le provano sin dalla nascita: felicità, tristezza, paura, rabbia, sorpresa e disgusto; dall’incontro di queste sei emozioni derivano tutte le altre.

Inizialmente, i bambini non sono in grado di gestirle e neanche di riconoscerle ed è proprio questo che dovranno imparare a fare con il tempo e con il supporto degli adulti.

Per tutta l’infanzia e anche durante l’adolescenza, i bambini provano tantissime emozioni; talvolta si sentono come travolti dalle emozioni perché non hanno ancora acquisito le competenze per integrarle in modo adeguato nella propria vita.

Il genitore, l’adulto, ha un ruolo importante e complicatissimo: riconoscere tali emozioni, comprenderle, dare loro un valore e raccontarle al bambino. E questo vale per tutte le emozioni, comprese quelle negative; certe volte si commette l’errore di negare le emozioni negative (il dolore conseguente a un lutto, per esempio) per proteggere il bambino ma, così facendo, otteniamo l’effetto opposto; negare le emozioni non costituisce un fattore protettivo e si corre il rischio di innescare meccanismi molto negativi per l’emotività del bambino.

Il genitore ha il compito di prendere il bambino per mano e condurlo per la tortuosa, quanto affascinante, strada che porta alla consapevolezza della propria emotività. Compito dell’adulto è entrare nell’emozione insieme al bambino e rendergliela disponibile, usando strumenti e prospettive adatte all’età.

Il genitore deve entrare nella tristezza, insieme al figlio, e nella gioia; deve entrare nella paura, nella rabbia, nella sorpresa e nel disgusto del bambino, deve accompagnarlo dentro l’emozione e, vivendola, insegnargli a viverla a sua volta.

 

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Facciamo un esempio pratico?

Davide ha cinque anni e ha paura del buio, per questo motivo non vuole mai andare a dormire da solo, nella sua cameretta. Dirgli che i mostri non esistono e che nessuno potrà entrare nella sua stanza vuol dire andare direttamente al piano razionale, senza essere passati per l’emotività del bambino.

Bisogna, invece, affrontare la questione con empatia, entrare nello stato emotivo del bambino e riconoscere che dev’essere veramente spaventoso temere che possa sbucare un mostro da dentro l’armadio.

Il genitore, quindi, per affrontare la questione in maniera più costruttiva, potrà accompagnare Davide in camera, aprire l’armadio insieme a lui e poi guardare sotto al letto.

Spegnere la luce, restare un po’ al buio, riaccendere la luce e fare un altro piccolo controllo; rassicurarlo, e restare un po’ con lui prima di uscire dalla stanza.

Potrà, inoltre, raccontargli una favola sulla paura. In questo modo, il genitore non avrà razionalizzato e basta, non avrà risolto la questione da sé, ma, entrando nell’emozione del bambino, avrà creato un ponte tra emotività e razionalità, tra cuore e cervello, avrà creato un meccanismo che il bambino potrà osservare e interiorizzare, imparando, così, con il tempo, a gestire la propria emozione in autonomia.

 

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