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LA RESILIENZA IN ECOLOGIA: QUANDO L'HOMO È TOXICUS

Non è solo una qualità dei metalli o dell'essere umano: la resilienza è propria anche dell'ambiente che ci circonda. Vediamo cosa si intende per "resilienza ecologica"

"Saltare indietro, rimbalzare" ecco qual è l'antico significato latino della parola "resilienza".

Se il termine resilienza applicata alle persone e in senso psicofisico denota un certo non so che di forza, coraggio, arrivando ad essere anche sinonimo di capacità di rivalsa e risollevamento dopo una qualsivoglia sofferenza o crisi, alla "chin up and go ahead"; se invece la pensiamo in ambito ecologico, ecco che i toni e le sfumature cambiano.

Sì, perché si insinua un non so che di tristezza, di tenerezza, di compassione e insieme impotenza, mosso dal senso di colpa individuale che assurge a capro espiatorio collettivo.

La resilienza in ecologia si immagina come l'albero le cue radici sprofondano tra la terra e i sacchetti di plastica, la si vede attraverso le colorate microsfere di scrub di plastica nel mare, scambiate per plancton dai pesci, o ancora sulle spalle di mamme-rana che portano in groppa i loro girini, cercando di farli sopravvivere tra la terra secca e arida. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.


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La storia della resilienza ecologica

Nel 1973 Crawford Stanley Holling, ecologista canadese, ha introdotto la parola "resilienza" nel campo dell'ecologia, come un modo per aiutare a capire certe dinamiche non lineari osservate nell'ecosistema.

Fu così che la resilienza ecologica si è definita da allora come "la quantità di anomalie che un ecosistema può tollerare senza cambiare i processi di autorganizzazione e le sue strutture di base". Altri autori la considerano anche come "il tempo di ritorno a una stato stabile in seguito a una perturbazione subita". Diciamo che in effetti i due concetti sono strettamente connessi e legati l'un l'altro ed entrambi definiscono il termine in questione.

Un altro nuovo termine, "capacità di adattamento", è stato introdotto per descrivere il processo che modifica la resilienza ecologica. Per vari ecositemi si parla poi di "transizione", come di passaggio da uno stato di stabilità all'altro: foreste, laghi, territori semi aridi, barriere coralline: sono tutti sistemi dove la resilienza ecologica viene mantenuta grazie a processi strutturali chiave, attraverso vari passaggi, fonti di rinnovamento e ri-formazione e biodiversità funzionale.

 

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Un esempio pratico di resilienza ecologica

Prendiamo una foresta che viene incendiata. Il fuoco, un trauma a cui non si può opporre resistenza e che causa un enorme deficit ecologico, ma, passato il quale, l'habitat si ricrea, si riforma, cercando di tornare a ripristinare lo status quo precendente l'incendio.

Ecco quindi le due fasi sopra descritte: la prima, ovvero la capacità dell'ecosistema di assorbire il trauma, e la seconda, ovvero il ripristino delle strutture e funzioni iniziali. La macchia mediterranea, per esempio, possiede una grande capacità di resilienza: si pensi agli incendi dolosi che in vari anni hanno causato la devastazione di foreste umbre o del Gargano. Mentre la pineta fa più fatica a riprendersi, infatti il pino di Aleppo ricrescerà solo più tardi, la macchia sottostante, quella che dai pini era prima soffocata, riprenderà il suo ciclo vegetativo, cercando di andare a ripristinare le precedenti condizioni riproduttive dell'habitat.

Ma non è questo l'unico esempio. L'uomo stesso, spesso per sua stessa causa, è sottoposto alle dure leggi della resilienza ecologica: si pensi a quando inquina e distrugge all'inverosimile un insediamento urbano, per esempio, per poi cercare in ogni modo di sopravvivervi.

Video molto emblematici in tal senso sono "Homo Toxicus", un reportage sugli effetti che hanno tante sostanze sul corpo umano, documentario di Carole Poliquin che illustra e riesce ad esporre con estrema chiarezza e humor quello che è davvero un grave problema che affligge il Pianeta.

Inoltre si può dare un'occhiata alla bellezza, ma anche alle trasformazioni a cui sta andando incontro il nostro Pianeta, grazie alle opere di Yann Arthus-Bertrand quali "Home" e i vari espisodi di "Vu du ciel", visto dal cielo.

 

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