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MIGRANTI: LA TEMATICA AMBIENTALE

Migrare significa allontanarsi da qualcosa ma anche andare verso qualcos’altro, qualcosa di migliore. I profughi ambientali si allontanano da condizioni climatiche avverse spesso causate dal riscaldamento globale.

I cambiamenti toccano le persone e l’ambiente; toccano ogni essere vivente, ogni sostanza. Cambiare non è facile. Cambiare è faticoso.

Spostarsi, lasciare la propria casa ed il proprio luogo di origine, è frutto di un processo di analisi di sé e del proprio contesto che richiede onestà e forza. 

Come si legge e si sente dire da anni ormai, le migrazioni non sono un “fenomeno” che caratterizza la nostra epoca, ma sono parte di un processo umano – e che tocca ogni essere vivente – che riguarda la spinta ad andare a cercare e trovare una condizione migliore di quella in cui ci trova. 

Se da una parte migrare significa allontanarsi da qualcosa, dall’altra significa andare verso qualcos’altro, qualcosa di migliore. Anche se preferisco guardare ciò che sta accadendo da quest’ultima prospettiva, è bene considerare entrambe le dimensioni: da una parte una situazione di difficoltà e di insoddisfazione, dall’altra il desiderio e la spinta verso una condizione di benessere.

Ci spostiamo da un posto all’altro, cambiamo, per stare meglio.  

Questo punto di vista ci permette di osservare le migrazioni di uomini e donne con rispetto ma soprattutto ci consente di indagare tutti gli elementi che caratterizzano qualcosa che oggi è oggetto di discussioni politiche e ideologiche che riducono il dibattito solo a prese di posizione. Prima di giudicare occorre comprendere. Con l’antropologia ho imparato la bellezza del comprendere, più interessante del giudicare.

 

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I perché della migrazione: i migranti ambientali

L’antropologia osserva ciò che accade. Osserva cosa fanno le persone e come le pratiche umane costruiscano le culture.

Per questo, le culture sono in continuo mutamento, perennemente investite da processi di ibridazione (tutto si mescola e si arricchisce con tutto)

Profughi, rifugiati, migranti economici, sono distinzioni e categorie che non aiutano a comprendere i dettagli di ciò che si muove, di coloro che si muovono. Comprendere questi dettagli nutre il pensiero individuale, soddisfa chi è curioso di sapere. 

Le condizioni ambientali ed i cambiamenti climatici, come, ad esempio, i fenomeni di desertificazione, sono uno dei motivi per cui le persone, in alcune parti del mondo, devono lasciare casa e cercare un luogo dove vivere, crescere, studiare, lavorare. 

Il discorso sulle migrazioni, quando non compreso in tutti i suoi aspetti, considerando ad esempio – appunto – come le condizioni climatiche ne siano parte, diventa manipolabile, sia a fin di bene che a fin di male.

 

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Antropologia e cooperazione internazionale: l’esperienza “sul campo”

Nel mio lavoro, ad esempio, mi sono occupata, di capire e mettere in luce i bisogni delle persone “vulnerabili”, in diversi luoghi (Africa, Medio Oriente, Balcani, …) per scrivere progetti per ottenere donazioni e finanziamenti da enti pubblici e privati che si occupano di aiuto umanitario e di sviluppo sostenibile (Nazioni Unite, Unione Europea, Cooperazione Italiana, etc..).

Ho anche scritto progetti per aiutare rifugiati e profughi nei Balcani e in Medio Oriente. E per scrivere avevo bisogno di capire. 

Era probabilmente giugno - comunque all’approssimarsi dell’estate - 2016. Durante una visita “sul campo” – come si dice nel gergo della cooperazione, ma anche in quello dell’antropologia, mia amata disciplina di riferimento – andiamo ad incontrare siriani e iracheni, profughi nel sud del Libano. 

Mi colpisce una aiuola molto curata, con piccole piante fiorite, fuori da una tenda. Cosa c’entra con la guerra, con il dolore e con la persecuzione da cui stanno scappando?

Ma ancor di più mi colpisce un’osservazione fatta da un collega libanese che lavora sul posto: “queste persone, ora scappate dalla guerra, dalle bombe o dall’Isis, erano abituate a spostarsi qui, anche prima, stagionalmente, quando da loro non c’era lavoro o non c’erano le condizioni climatiche per coltivare. Venivano qui, si stabilivano, e coltivavano la terra per i libanesi proprietari di questi terreni

In un attimo si spalanca un’altra dimensione; è un inganno svelato. Un inganno che era nella mia testa, abituata a guardare i profughi siriani ed iracheni solo dal punto di vista del “dobbiamo aiutarli, sono in difficoltà, sono scappati dal dolore”.

Questo dettaglio – che poi dettaglio non è – aumenta la mia capacità di comprensione ma soprattutto mi permette di guardare le persone in modo diverso. Hanno scelto, hanno valutato, che era meglio spostarsi, per lavorare, prima, per sopravvivere, ora.

Conoscere la realtà, a fondo, permette di comprendere come ci siano sempre delle soggettività alla base dei “fenomeni”. C’è, dunque, margine di manovra, per tutti. E questo rende onore e fa acquistare dignità a chi decide di spostarsi. Dietro ai fenomeni ci sono degli individui.

Nella mia esperienza come antropologa “sul campo”, in Africa, nei Balcani, in Medio Oriente, ho sempre trovato conferma di come sia necessario conoscere. Non solo per poter giudicare, ma anche solo per comprendere ed arricchirci come esseri umani.

I movimenti di uomini e donne da un paese all’altro sono motivati da logiche che possono essere comprese se si legge, si guarda, si domanda, si discute.

L’ambiente cambia ed i cambiamenti sono legati a ciò che fanno gli uomini, e viceversa.

Quando uomini e donne si spostano, c’è un perché. Questi movimenti migratori non sono un fenomeno di passaggio ma sono piuttosto un’occasione per comprendere come ambiente e uomo interagiscono, come gli uomini interagiscono tra loro, come l’uomo si comporta e come si occupa di sé stesso e della propria ricerca di una condizione migliore in cui vivere.

A ben guardare, le difficoltà create dalla natura e dall’uomo possono essere occasione di sviluppo, se non ci si ferma alla superficie di un giudizio ideologico e parziale che annebbia la vista.

 

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Credit foto © Anna Sambo

 

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