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EMERGENZA FAME: NEI PICCOLI AGRICOLTORI LA SICUREZZA ALIMENTARE

La fame è una delle più gravi emergenze umanitarie al mondo. Giulia Anita Bari, media officer per ActionAid International, ci spiega quanto davvero sia indispensabile il contributo di tutti affinché il diritto al cibo torni al centro delle agende politiche nazionali e internazionali

Se qualcosa non può raggiungerti fisicamente non riuscirà di certo a toccarti.
Falso.

Ogni volta che si chiama in causa la fame nel mondo, si crea uno spazio dove si infiltra bene un sentimento di distanza.
Vero.

Eppure, parlare oggi di diritto al cibo è una priorità. Perché? Lo abbiamo chiesto a Giulia Anita Bari, media officer per ActionAid, organizzazione internazionale che lotta per i diritti umani nel mondo.

Nata a Venezia, studia violino al Conservatorio della sua città natale e Relazioni Internazionali a Padova e Firenze. Il suo motto è un proverbio africano: "Se vuoi andare veloce, corri da solo. Se vuoi andare lontano, corri insieme agli altri". Nel lavoro che ha scelto mette tutta la sua voglia di correre insieme agli altri. Un'intervista importante, che vi invitiamo a leggere per intero, anche solo per capire in che direzione si dovrebbe ma non si sta andando.

 

Perché oggi parlare di diritto al cibo è una priorità? 

La fame è una delle più gravi emergenze umanitarie al mondo. Nel 2010, secondo i dati della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), sono 925 milioni le persone che soffrono la fame. Quasi tre quarti di questi sono i contadini, eppure proprio i piccoli agricoltori, la maggioranza dei quali sono donne, producono circa la metà del cibo nel mondo. In particolare, le donne producono fino all’80% dei prodotti alimentari in Africa ma possiedono solo l’1% della terra, ricevendo solo l’1% del credito agricolo e il 7% dei corsi di formazione agricola.

Ecco perché ActionAid ritiene che sostenere gli agricoltori locali affinché incrementino la propria produzione sia fondamentale per la sicurezza alimentare mondiale

 

Quali sono i fattori che oggi minano il diritto al cibo?

Sono molte le cause che rendono sempre più difficile l’accesso al cibo e ai mezzi per procurarselo. Fra queste, sicuramente, i limiti nell’accesso e nel controllo sulle risorse naturali da parte dei più poveri e l’iniqua distribuzione del cibo.

Ciò dimostra l’insostenibilità del modello attualmente dominante di agricoltura industriale su vasta scala che penalizza i piccoli produttori a vantaggio di politiche di privatizzazione e controllo dell’agricoltura e del cibo da parte delle multinazionali che spesso non rispettano i diritti dei lavoratori e delle comunità locali.

A tali fattori si uniscono fenomeni come la speculazione sui beni alimentari che porta ad un aumento della volatilità dei prezzi e l’utilizzo della terra per fini diversi da quelli agricoli come la produzione di biocarburanti per soddisfare crescenti fabbisogni energetici.

Infine, ovviamente, il cambiamento climatico e il degrado ambientale continuano a fare la loro parte nell’aumentare la vulnerabilità delle persone povere in aree rurali.

 

Dalle “rivolte del pane” alla situazione d’emergenza in Corno d’Africa. In questi mesi si sente sempre più spesso parlare dell’impatto della crescita dei prezzi sulla sicurezza alimentare. Perché?

L’aumento dei prezzi e della volatilità dei prodotti agricoli è un fenomeno complesso determinato da fattori diversi: da un lato ci sono i cambiamenti strutturali che si stanno verificando nei  mercati delle commodities, fortemente condizionati dalle dinamiche speculative presenti nei mercati finanziari, così come dall’impulso alla produzione di biocarburanti; dall’altro una variabilità climatica sempre più crescente che determina periodiche riduzioni dell’offerta agricola sia a livello nazionale che a livello globale.

Tutto questo contribuisce ad aumentare la volatilità in un quadro di crescita costante dei prezzi stimata per il prossimo futuro. Senza un intervento deciso all’interno dei mercati, così come di politiche e risorse a sostegno dell’agricoltura, i fenomeni menzionati determineranno nuove e sempre più gravi emergenze che avranno impatti devastanti.

Questi aumenti dei prezzi dei beni alimentari, infatti hanno effetti molto negativi nei Paesi in via di sviluppo dove i poveri spendono in media il 50-60% del loro reddito in cibo. L’aumento del costo dei generi alimentari di base sta causando, quindi, un aumento della povertà. Si pensi solo che, secondo stime recenti della Banca mondiale, nei Paesi a medio e basso reddito questo rialzo dei prezzi ha portato altre 44 milioni di persone nella spirale della povertà estrema.

 

L’albero padre del cibo: verso un’alimentazione sostenibile

 

Qual è il ruolo giocato dai biocarburanti?

L’aumento della produzione di biocarburanti è considerato uno dei fattori più significativi della crisi dei prezzi agricoli. Secondo le stime dell’OCSE, gli obiettivi stabiliti a livello europeo per la produzione di biocarburanti - entro il 2020 utilizzare il 9,5% dei biocarburanti nel settore dei trasporti, il 95% dei quali saranno ricavati da prodotti agricoli alimentari (oleaginose, olio di palma, zucchero di canna e barbabietole, frumento) - potrebbero causare, entro il 2017, un aumento del 15% in più dei prezzi dei cereali e delle oleaginose.

Ad esempio, negli Stati Uniti l’utilizzo di mais per la produzione di etanolo ha ridotto i livelli di stock e causato un’enorme instabilità dei prezzi relativi sui mercati mondiali. Ciò condurrà alla conversione di foreste, pascoli, torbe per la produzione agricola, così come a un sempre più crescente utilizzo di prodotti agricoli per alimentare le auto e non le persone.

Ecco perché è importante che i Paesi del G20 si impegnino affinché la produzione di biocarburanti non minacci la sicurezza alimentare a livello globale.

 

Nonostante tali rischi, la produzione di biocarburanti sta aumentando, complici non solo l’Unione Europea e gli Stati Uniti ma anche le potenze emergenti.

Certamente. Si pensi, ad esempio, al Brasile, secondo produttore di biocarburanti al mondo. Nel paese la produzione di canna da zucchero e soia sta intensificando la deforestazione, l’erosione, del terreno, l’inquinamento, ambientale, conflitti territoriali e l’allontanamento delle famiglie di agricoltori e di popolazioni indigene dalle loro terre. I dati ci dicono che il Paese ha già più di 7 milioni di ettari di terra dedicati alla produzione di canna da zucchero, di cui metà è utilizzata per produrre etanolo. Ulteriori 8 milioni di ettari saranno aggiunti nei prossimi 10 anni, a causa di una campagna molto aggressiva del governo per la produzione di canna da zucchero. A questo si aggiunge la produzione di soia, che copre 21 milioni di ettari e genera più del 70% del biodiesel prodotto in Brasile.

Il problema è che, spesso, tali terre sono sottratte ai piccoli contadini, con un impatto devastante in termini di accesso alle risorse e sicurezza alimentare. È quindi necessario monitorare l’espansione dei biocarburanti e il loro impatto sull’ambiente, sulla sicurezza alimentare e sul diritto alla terra, cercando delle alternative per una produzione sostenibile e sensibilizzando l’opinione pubblica sulle minacce al cibo, alla terra e al clima derivate da tali produzioni.

 

Investire nei piccoli agricoltori – soprattutto donne – sembra quindi configurarsi come una strategia fondamentale per ridurre il numero dei poveri e degli affamati.

Tutte le più grandi agenzie e organizzazioni che si occupano di diritto al cibo (e non solo) riconoscono che l’aumento della quantità e della qualità degli investimenti nell’agricoltura sostenibile di piccola scala potrebbe avere un impatto eccezionale nella riduzione del numero di poveri e malnutriti. Eppure, il settore agricolo ha visto ridurre la propria quota di aiuto pubblico allo sviluppo dal 19% sul totale del 1980 al 3% del 2006.

Durante il Vertice de L’Aquila del 2009, i paesi G8 avevano lanciato l’AFSI (Aquila Food Security Initiative), impegnandosi a stanziare 22 miliardi di dollari nel triennio successivo con l’obiettivo di aiutare gli Stati che soffrono maggiormente gli effetti della crisi attraverso il sostegno alla produzione agricola. Ad oggi, tuttavia, poco è stato fatto in relazione agli impegni presi e la qualità dell’aiuto agricolo si è dimostrata molto bassa.

 

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