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CONOSCIAMO MEGLIO L'ECOPSICOLOGIA

Che cos’è l’ecopsicologia? Com’è nata? A chi si rivolge questa disciplina? Come si può conciliare un’esistenza più sostenibile con la vita di tutti i giorni nelle grandi città? Vediamo come risponde a queste domande la scrittrice

Marcella Danon, scrittrice, giornalista e psicologa, ha fondato e dirige la Scuola di ecopsicologia: ce ne parla in questa intervista.


Ha voglia di raccontarci che cos’è l’ecopsicologia?

Per decine di migliaia di anni abbiamo vissuto a stretto contatto con la natura, con luoghi, elementi e creature con cui siamo strettamente imparentati. A partire dagli ultimi cento anni, e per alcuni anche meno, è avvenuto un brusco distacco dal mondo naturale; nello stile di vita e di lavoro, nella realtà abitativa, nella stessa percezione di noi stessi, abbiamo cominciato a considerarci non più parte del mondo, ma padroni del mondo. Montagne, campi, piante e animali sono stati resi “cosa”, risorsa, privati di ogni dignità, senza identità né valore, se non quello economico.

L’ecopsicologia è una risposta a questa perdita di senso di compartecipazione al processo della vita, è un invito a consolidare un livello di identità più ampio e più profondo, quello terrestre, per ritrovare il benessere che nasce dal conoscere il proprio giusto posto nel mondo, come individui e come specie. L’ecopsicologia si propone di agire sul piano individuale, attraverso la crescita personale, per gettare semi per lo sviluppo di una maggiore consapevolezza e responsabilità, e quindi anche di una più profonda coscienza ambientale.

 

Come è nata l’idea di mettere insieme ecologia e psicologia per creare una nuova disciplina?

Abbiamo perso la connessione con le nostre radici, con la nostra natura più profonda. Il bisogno di appartenenza è ancestrale nell'essere umano e la mancanza di un legame sensoriale ed emotivo con la terra, con il mondo naturale, è oggi causa di una crisi psicologica, spirituale ed ecologica.

L'ecopsicologia nasce da questa consapevolezza, nasce dall'incontro tra due giovani scienze, ecologia e psicologia, entrambe sempre più consapevoli di avere molto da darsi reciprocamente per affrontare ognuna le sue sfide, una sul piano ambientale, nel mondo esterno, e l'altra sul piano individuale, nel mondo interiore; due livelli che si rivelano profondamente interconnessi.

La psicologia sta cominciando adesso a riconoscere e a studiare la correlazione tra alienazione dall'ambiente naturale e malessere psichico. È proprio in quei paesi in cui viene a mancare sempre di più il contatto con la natura, nelle grandi concentrazioni urbane, come rivela la psicologia ambientale, che si registra un aumento dei casi di depressione e di malessere psicologico.

D’altra parte, è proprio risvegliando la consapevolezza della nostra più ampia identità terreste che diventa possibile avvicinarsi all'ambiente in un modo spontaneamente rispettoso e improntato alla curiosità e meraviglia. Allo stesso tempo, diventa possibile conoscere se stessi in un modo nuovo, senza più sentirsi soli e isolati, ma riconoscendosi parte attiva di ecosistemi via via più ampi e complessi.

 

A chi si rivolge l’ecopsicologia?

A chi vuole affrontare in prima persona un percorso di riconnessione con se stesso e con il mondo. L’allargamento di orizzonti procede di pari passo dentro e fuori. Più impariamo ad avvicinarci con fiducia al mondo, più diventa facile avvicinarsi anche agli altri e alle parti di sé più “selvatiche”, spesso ignorate o trascurate. Inoltre, più approfondiamo la conoscenza del nostro ricco paesaggio interiore più diventa facile riconoscere che anche noi siamo natura.

L’ecopsicologia si rivolge, inoltre, a professionisti nel campo della relazione di aiuto, dell’educazione, dell’ambiente e dell’ambientalismo, che desiderano integrare le proprie competenze con la capacità di condurre attività che aiutino a sviluppare sensibilità e attenzione a entrambi i mondi, quello dentro di noi e quello fuori. In Italia ci sono sia attività rivolte a tutti, per la crescita personale – l’associazione Inventare il mondo è nata proprio con questo obiettivo – sia percorsi di aggiornamento professionale condotti secondo le linee guida della European Ecopsychology Society, per professionisti nei diversi campi che vogliono sviluppare abilità di “ecotuning” e diventare facilitatori della relazione con la natura. Per chi ha semplicemente la curiosità o il piacere di approfondire la teoria dell’ecopsicologia, ci sono anche corsi via mail e, periodicamente webinar, ossia corsi on line in diretta.

 

Che cosa si può imparare in un percorso di ecopsicologia?

L’obiettivo più ampio dell’ecopsicologia è quello di imparare a conoscersi meglio non più solo come individui isolati dal resto, ma come componenti integranti di comunità via via più ampie e complesse: famiglia, gruppo, società, umanità, comunità terrestre.

 

Nella società contemporanea, sembra quasi che abbiamo dimenticato chi siamo, sia come individui che come specie Homo sapiens sapiens. Abbiamo perso il contatto e il legame con le nostre radici, a diversi livelli e questi ci fa sentire soli, a disagio, senza saper più dare un senso alla nostra vita.  

 

Come, in concreto, si ritrova questa connessione?

Non ci sono pratiche strane, ma c’è un invito ad allenare attenzione e ascolto, rispetto ed empatia. Si parte dal presupposto che il mondo attorno a noi non è solo una “cosa” ma ha dignità di essere altro e, in quanto tale, va incontrato, conosciuto, e ringraziato quando ci aiuta a vivere meglio. Nei seminari di ecopsicologia non mangiamo carne, anche se non tutti siamo vegetariani al 100%, lo facciamo per re-imparare le leggi dell’equilibrio tra il dare e l’avere nella vita, leggi violate nella cultura antropocentrica in cui tutto è considerato come dovuto alla nostra specie, anzi, agli elementi più prevaricatori della nostra specie. L’ecopsicologia si propone come una “psicologia del noi”, reinsegnando il concetto di Comunità e di relazioni di qualità.

 

L’applicazione è poi in tanti piccoli gesti nella vita quotidiana. Il processo di crescita personale e di autorealizzazione è finalizzato al poter scoprire cosa siamo già portati a fare per poter così dare il nostro contributo alla vita. Tutti noi abbiamo profonde spinte altruistiche connaturate nella nostra natura. Biofilia la chiama il sociobiologo Edward Wilson. L’ecopsicologia ci insegna a ricordarci ciò che nella profondità del nostro essere sappiamo: siamo legati alla terra, la nostra identità è terrestre e come tali dobbiamo e possiamo imparare a vivere in funzionale e creativa sinergia.

 

 

Cosa vuol dire trovare uno stile di vita più sostenibile? Può farci qualche esempio concreto? In particolare, come si può fare, secondo lei, a conciliare la vita nelle grandi città italiane e l’esigenza di una maggiore sostenibilità?

Il concetto di sostenibilità non riguarda solo l’ingegneria ambientale e lo smaltimento dei rifiuti, implica l’acquisizione di quella che Daniel Goleman (autore del best seller Intelligenza emotiva) chiama intelligenza ecologica, cioè la consapevolezza di non essere soli, ma parte di una rete di ecosistemi interagenti tra loro e che quindi ogni nostra azione va a impattare ad altri livelli, ripercuotendosi poi sull’intero sistema: il consumo di carne, in una complessa catena di causa effetto, è la principale causa di deforestazione; la pigrizia nel portarsi la borsa della spesa e il continuo acquisto di sacchetti di plastica si ripercuote sulla salute dei pesci nel mare, eccetera.

Sostenibile implica che sia effettivamente possibile per l’equilibrio terreste, esattamente seguendo lo stesso criterio per cui una spesa in casa la si fa se e quanto è sostenibile per il bilancio familiare. Da anni mi occupo di stress e il problema relativo ai danni da stress è dovuto all’incapacità di avere una chiara idea dell’energia che si ha a disposizione e non ci si accorge che ogni volta che si permette all’automatismo che mette in atto il meccanismo dello stress di entrare in azione, stiamo prendendo un prestito dall’organismo, di cui spesso abusiamo sino a farlo collassare. Quindi imparare ad agire in modo sostenibile riguarda noi stessi prima di tutto, obbligandoci a riconsiderare il nostro essere nel mondo tenendo conto della presenza e delle necessità anche degli altri. Anche degli altri esseri sul pianeta.

Uno stile di vita più sostenibile è quindi indipendente da dove si vive, anche in città si può essere orientati a una maggior sostenibilità con tanti piccoli gesti quotidiani, dall’uso dei mezzi pubblici al consumo critico, al sostegno delle iniziative locali, alla partecipazione ai gruppi di acquisto. Ci possono essere poi scelte di vita più radicali, che scelgono – come sta succedendo sempre più spesso – un ritorno alla campagna, all’autoproduzione, all’uso delle energie rinnovabili, alla riduzione dell’uso dell’auto, all’utilizzo della banche etiche, a una maggior attenzione all’alimentazione, a un rapporto più attento e autogestito con la propria salute, al co-housing e la lista può essere ancora lunga.

 

A settembre del 2011 c’è stato il terzo convegno di ecopsicologia a Val Masino. Vuole raccontarci qualcosa del convegno? Quali sono state le attività principali, di cosa si è discusso principalmente?

Il convegno ha accolto più di 50 persone da tutta Italia, dalla Spagna e dalla Svizzera. Professionisti nel mondo della relazione di aiuto, della psicologia, dell’educazione ambientale, dell’ecologia. È stato un convegno impostato in modo diverso da quelli in cui c’è da una parte chi parla e dall’altra chi ascolta, seduto su una sedia per 6-7 ore al giorno. Coerentemente con i nostri metodi abbiamo lavorato soprattutto all’aperto, con piccoli gruppi di lavoro, molte occasioni di incontro e scambio tra i partecipanti, attività per avvicinarsi meglio alla speciale natura della Val Masino e un programma in acqua termale, condotto da Italo Bertolasi, noto bodyworker e watsuka.

Il filo conduttore del programma era “Natura dentro-Natura fuori” occasioni, quindi, di introspezione e, successivamente, di attenzione verso i piccoli dettagli del mondo esterno, quelli che si solito trascuriamo per disattenzione, fretta o mancanza di allenamento; a riconoscere il mondo che ci circonda. Più impariamo ad avvicinarci alla moltitudine e ricchezza interiore che ci contraddistingue, più sappiamo accogliere e onorare anche la peculiarità e diversità altrui.

Tutto il lavoro è stato condotto con grande attenzione alla creatività e all’interazione tra persone e con l’ambiente. Grande spazio è stato lasciato alla condivisione tra ecotuner (facilitatori della relazione con la natura) di esperienze e metodi, utilizzati nei diversi ambiti, per promuovere una maggiore sensibilità e consapevolezza attraverso un lavoro nella natura e con la natura. Dal breve video, realizzato da Fabio Ballor di Insegnalo.it, si può cogliere lo spirito con cui è stato condotto questo evento di ecopsicologia.

 

È stato già fissato il prossimo convegno? Se sì: dove si terrà? Chi può partecipare?

Il prossimo convegno della Società Europea di Ecopsicologia (EES) sarà a settembre 2013, probabilmente sul Monte Barro, in provincia di Lecco, ma il prossimo evento in cui ci si può avvicinare facilmente all’ecopsicologia è la festa del 20 maggio: Sentieri di terra e di cuorea Osnago (Lc), presso l’Auditorium Fabrizio De André, dalle 16 alle 22.

Con la collaborazione di altre associazioni locali, il patrocinio del comune e lo spettacolo teatrale “Petrolio: cambiamo di nuovo vita", diretto dall’ecologo Gabriele Porrati. Tutti possono partecipare e ci sarà una cena vegetariana, per chi vuole, a sostegno dell’evento.

 

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Immagine | Marcella Danon


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