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ARTE MARZIALE OGGI TRA SPORT E TRADIZIONE

Riflessioni sul significato di arte marziale tra tradizione e sport oggi

Prendendo spunto da un quesito cui ho recentemente risposto, mi appresto a fare alcune riflessioni su tradizione e sport in seno alle arti marziali. In premessa gradirei, comunque, proporre la risposta al quesito menzionato: chi è adatto alla pratica dell’arte marziale.

R:- “Il quesito proposto sembrerebbe semplice e chiaro, ma in realtà non lo è. Infatti, più che porsi potenziali limiti per eventuali deficit fisici, dovremmo meglio analizzare cosa si intende per arte marziale e relativa pratica e consequenzialmente le finalità ricercate".

Dobbiamo per prima cosa definire “la pratica di arte marziale”, con essa intendiamo una pratica rigorosa, assidua e continua volta ad acquisire una seria attitudine marziale? O una pratica meno rigorosa che ispirandosi alle discipline marziali, adattandosi alle esigenze della grande platea odierna, sia finalizzata al miglioramento dello stato psico-fisico individuale?

Questa prima distinzione è importante, direi imprescindibile per una corretta risposta.

Partiamo dall’ultima ipotesi considerata, a parere dello scrivente, una pratica marziale “adattata” è praticabile da tutti, proporzionalmente all’indole di ognuno. Certo è che, essendo questa da considerare una sintesi, una sfumatura tra arte marziale pura e disciplina di benessere, avrà utilità per il praticante se l’esigenza dello stesso si colloca in tal senso.

Per spiegarsi meglio: sarà attinente se si cerca qualcosa che abbia benefici psico-fisici, unitamente ad una parte di aspetto marziale più apparente che reale, il quale potrà comunque essere una suggestione positiva per molti.

Certo tal tipo di praticante dovrà essere consapevole dei limiti di questo tipo di attività che sono: da una parte la consapevolezza di non aver appreso un reale contenuto marziale e dall’altra che esistono discipline volte al miglioramento del benessere psico-fisico più valevoli ed efficaci (yoga, pilates, ecc).

Se si cerca, invece, una pratica volta allo sviluppo di reali attitudini marziali, si dovrà essere consapevoli che questa porterà benefici che, tralasciando l’aspetto pragmatico di elevare la capacità di autodifesa, saranno prioritariamente spirituali. Questa esperienza sarà, infatti, connotata da un grosso sacrificio fisico, psichico e di tempo. Per raggiungere risultati in tal senso si dovrà offrire una totale dedizione, la quale richiederà molto tempo personale (con conseguenti rinunce), richiederà di accettare la possibilità di compromettere parzialmente la propria salute fisica, richiederà di mettere allo scoperto le proprie paure ed insicurezze. Questa rigorosa disciplina, che richiama le virtù dell’ascetismo, consentirà, a chi lo ricerca, una forte elevazione spirituale, la quale, tuttavia avrà un costo non irrisorio.

Tanto premesso credo che in questa seconda ipotesi, la pratica marziale non sia per tutti, ma non distinguendo sulla base di condizioni fisiche di partenza, piuttosto facendo una distinzione sulle base delle capacità volitive – risolutezza (forza decisionale), autocontrollo, coraggio, perseveranza, concentrazione, attenzione sostenuta e volontà – del  singolo individuo.”

Viste le considerazioni di cui sopra, vorrei traslare il piano della riflessione sulla dicotomia odiernamente oggetto di molti dibattiti, ossia sulla distinzione tra arte marziale tradizionale e sport. E’, infatti, vero che oggi molti insegnanti lanciano proclami avvertendo come la loro sia la vera, unica, genuina, arte marziale in quanto direttamente ricollegabile alla relativa tradizione.

Ma proprio partendo dalla definizione di arte marziale cui mi riferivo nella risposta al quesito dovremmo chiederci a quale tradizione ci riferiamo quando parliamo di arti marziali?

La risposta non è così scontata, dobbiamo, infatti, essere consapevoli di come quella che per molti è la tradizione antica in realtà si tratta di un adattamento moderno di conoscenze marziali. Prendiamo ad esempio il karate, la tradizione che si riferisce a Funakoshi risale ai primi decenni del ‘900, l’onorato Maestro prosegui un lavoro di adattamento delle conoscenze marziali, potenzialmente letali, nipponiche, con il preciso scopo di creare una ginnastica marziale adatta ai più, da proporre nelle scuole come educazione fisica.

Tale lavoro comportò una standardizzazione tecnica, una semplificazione volta a facilitare l’esecuzione e ad eliminare le tecniche più pericolose, a ciò segui una cristallizzazione delle conoscenze. 

L’arte marziale precedentemente era appannaggio di pochi, in quanto volta al reale confronto, spesso con esito fatale di uno dei contendenti, era una vita connotata da disciplina severissima (si pensi a Musashi). Le conoscenze erano in continuo divenire, non esisteva standardizzazione in quanto la tecnica si doveva modellare sul praticante-guerriero.

A quale delle due tradizioni dobbiamo allora riportarci quando ci riferiamo, per esempio al karate tradizionale?

Ad avviso dello scrivente se si intende l’arte marziale adattata, cui mi riferivo rispondendo al quesito, è sicuramente giusto riferirsi alla tradizione più recente, una tradizione connotata da un’opera esplicitamente volta alla creazione di una ginnastica da proporre alle masse.

Se intendiamo, invece, una pratica marziale più reale, direi che, paradossalmente, oggi ciò che si avvicina maggiormente alla tradizione è la pratica sportiva, la quale si caratterizza per il continuo confronto, che a livelli elevati richiede da parte del praticante grossi sacrifici e totale dedizione, tanto da ricordare la vita degli antichi guerrieri.

M° Enrico VIvoli

 

Immagine | Vvox.it

 

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